Giornale on line di scienze, tecnica, industria, arte e società

Bobby si racconta, e non Solo.

by

È stato il più famoso cantautore italiano degli anni Sessanta, ha vinto due edizioni di Sanremo e le sue canzoni hanno riscosso incredibile successo anche in altri paesi. Ma dove è finito? Abbiamo deciso di incontrarlo e farci raccontare la sua vita, per ricordare e far conoscere un cantante che è stato l’icona della musica italiana degli anni Sessanta.

Davanti ad un bicchiere di scotch, con la radio in sottofondo, Roberto Satti ci ha parlato di chi fosse e chi sia tuttora Bobby Solo, forse con un po’ di nostalgia dei tempi passati e dei grandi successi. Una cosa è sicura: Bobby Solo non ha paura di esporsi, anche quando si tratta di raccontare il disastro della prima volta a Sanremo o di quei matrimoni che non sempre vanno dove ci si aspetta.

“Bobby Solo” è un nome quantomeno singolare, da cosa deriva?

Mio papà era un colonnello dell’aeronautica militare, molto severo; voleva che diventassi avvocato, medico o notaio, assolutamente non un artista. Chiamò la casa discografica per vietare che io usassi il suo cognome, perchè si vergognava che suo figlio facesse il cantante. In quegli anni andava di moda americanizzare i nomi quindi Roberto diventò Bobby; la segretaria chiese al signor Micocci, il direttore generale, che cognome usare e lui rispose “solo Bobby”. La segretaria non capì e scrisse Bobby Solo.

Com’è nata la sua passione per la musica?

Ero un ragazzo pigro e in carne, non uno di quelli a cui piace giocare a pallone, e sognavo di fare il ferroviere: era un lavoro statico dove potevo stare seduto e smistare i treni senza fare fatica. Le cose cambiarono quando mi innamorai di una ragazzina irlandese, Betsy M., tramite la quale conobbi Elvis Presley. Non avendone mai sentito parlare, decisi di documentarmi su di lui, imparai a suonare la chitarra e a conciarmi in modo simile per fare colpo su Betsy.
Poi iniziai ad apprezzare la musica nella sua essenza e nelle sue sfumature, sempre con Elvis. Scoprii Presley come avido ascoltatore e studioso di musica. La sua grandezza stava nell’attingere dal melting pot di un paese multietnico come l’America: blues, folk, pop, rock, jazz, il crooning di Dean Martin

Cosa significava debuttare nel mondo della musica e dello spettacolo ai suoi tempi?

Vincenzo Micocci, uno dei fondatori del Festival di Sanremo, e Mariano Rapetti mi hanno sostenuto nel muovere i primi passi in questo mondo; grazie a loro il mio inizio è stato davvero facile. Un giorno a ripetizioni incontrai un certo Lorenzo Lo Vecchio a cui il professore confessò il mio sogno di diventare un cantante. Il fratello, Andrea, era un compositore importante nella scena musicale dell’epoca e ogni giovedì veniva alla casa discografica di proprietà di Vincenzo Micocci. Il giovedì successivo Andrea mi portò con lui e mentre sedevo nei corridoi della sala registrazione mi misi a strimpellare qualche pezzo di Elvis. Come nei film, Micocci uscì dal suo ufficio chiedendo chi stesse suonando; ero un ragazzino timido e dissi subito che non avrei più disturbato, ma lui mi invitò nel suo ufficio. Suonai ancora e mi chiese se fossi interessato a un contratto. Credevo di non potermelo permettere ma mi spiegò che non avrei dovuto pagare e che sarei stato pagato. Gli artisti di allora incassavano il 5% della vendita di un disco, ma io ingenuamente firmai un contratto con un guadagno del 2% visto che a me bastava solo cantare.
Incisi tre dischi, ma non furono venduti con successo. Io andavo nei negozi e ne compravo sei o sette copie e i commessi non mi riconoscevano neanche, anche mia zia lo faceva a Trieste. Proprio quando stavano per mandarmi via, il padre di Mogol mi propose un accordo con suo figlio per il testo di “Una lacrima sul viso”. Il testo l’abbiamo scritto in macchina dieci minuti prima del provino e nonostante ciò fummo accettati. Il disco fu inciso ed ebbe un successo tale che tre mesi dopo salii sul palcoscenico del festival di Sanremo.

Nel 1964, mentre cantava “una lacrima sul viso” è stato squalificato; può raccontarci quali furono i motivi, ma soprattutto quale fu la sua reazione alla squalifica?

La ragione per cui mi è mancata la voce è che ero molto timido e insicuro. Il fatto che mio padre fosse così contrario a questo tipo di attività, anche dopo la mia partecipazione a Sanremo, mi creava dei complessi di inferiorità e mi sentivo frustrato perché dovevo combattere tra la mia passione per la musica e mio padre. Era un Capricorno, un uomo molto duro. Sono stato fortunato, non ho iniziato cantando nei locali; da una famiglia borghese mi sono trovato al festival di Sanremo senza fare un periodo di gavetta, non ero preparato.
In quel Sanremo, nel ‘64, si faceva cantare la canzone ad un italiano e ad un grande artista già famoso nel mondo: a me hanno affidato Frankie Lane, che aveva cantato nelle colonne sonore dei film di John Wayne. Tutti erano dei professionisti ed io ero un dilettante; quando me ne sono accorto alle prove mi è mancata la voce dalla paura e dall’insicurezza e ho cantato in playback, che era contrario al regolamento. Sono stato escluso dalla gara ma il playback rese il suono bellissimo. Ho venduto in tutto il mondo 11 milioni di copie, in italia 2,8 milioni, 3 in Giappone, 2.5 in Francia, 1.5 in Brasile. Sanremo è stato il mio inizio.

Ha partecipato a Sanremo più volte a distanza di diversi anni, come si è evoluto il festival?

Negli anni ‘50, quando è stato fondato il festival, c’erano pochi televisori in Italia, e molte persone si incontravano a casa di chi ce l’aveva per seguire l’evento. Negli anni ‘60 e ‘70 il festival era basato sulle canzoni e doveva esserci un vincitore ed un perdente, come i gladiatori contro i leoni. Oggi penso che il festival non sia più una gara tra cantanti, ma sia diventato solo uno spettacolo televisivo.

Dopo il primo successo degli anni Sessanta la sua fama è calata e poi si è riaccesa in diversi momenti. Come ha vissuto questi periodi?

Mi sono adattato: ho aperto una sala di registrazione, la piu moderna a Roma; ho dovuto vendere tre appartamenti. Sono venuti Celentano, Patti Bravo, Raffaella Carrà, Pino Daniele. Comunque anche se la carriera è calata, non è calato il pubblico; soprattutto quello siciliano e calabrese mi ha sempre difeso e mi ha fatto sentire grato.

Nel momento di maggiore successo come è stato bilanciare la vita tra la famiglia gli amici e il lavoro?

In famiglia ho avuto qualche separazione: capita agli artisti. Mi piacevano le ragazze quindi ho fatto un po’ di casino, ma i miei figli mi vogliono molto bene e sono molto uniti a me. Adesso sto con la mia seconda moglie e ho un bambino piccolo, Ryan. Ho sempre voluto bene alla mia famiglia, e ho sempre conservato i miei amici. Molti artisti pensano che essere conosciuti renda superiori ma non è cosi: noi siamo amati o odiati per merito del pubblico che può volerci bene o cancellarci, quindi dobbiamo essere grati e non montarci la testa perché non siamo niente senza il pubblico.

Rispetto agli anni ‘60 la musica è cambiata molto. Cosa ne pensa?

Andando avanti con gli anni apprezzo sempre di più la musica degli anni passati, dagli anni ’40 agli anni ‘ 70. La tecnologia, che rende più facile creare musica, da un lato è un bene, ma limita la fantasia, che viene fuori quando non c’è niente e bisogna immaginare. Quando Paul McCartney e tutti gli altri grandi hanno composto musica l’hanno fatto lavorando solo con la fantasia e una chitarra. Quando Irving Berlin ha composto White Christmas e gli hanno chiesto come avesse fatto a fare una canzone che ha venduto 900 milioni di dischi, ha detto che ha suonato sul pianoforte solo con un dito.
Nei nostri anni la musica si faceva in sei in una sala, comunicando guardandosi negli occhi, quasi come una seduta spiritica; era una cosa viva. Adesso si fa tutto a pezzettini, montando i vari strumenti: questo rende morta la musica.

Ha mai incontrato altre celebrità?

Ho incontrato vari artisti, Nell’83 io e Mick Jagger abbiamo bevuto una bottiglia di Pinot freddo in due. Uomo molto simpatico e alla mano. Tom Jones nel ’73 è venuto a casa mia. Quando è stato intervistato al Tg1 gli hanno chiesto: “Ma lei conosce Mina, Celentano?” E lui ha detto: ”Io conosco solo due cantanti italiani: Pavarotti e Bobby Solo”.

I nostri lettori saranno per la maggior parte molto giovani, ha un consiglio per loro?

Non ho mai dato consigli perché quando ero giovane non li accettavo. Anche se ho 72 anni continuo a essere ribelle, e preferisco sbagliare da solo perché allora me la posso prendere solo con me stesso; ma la bellezza della vita sta anche nello sbagliare. Vorrei solo dire ai giovani che sono stato giovane anch’io e mi rendo conto di tutte le difficoltà, le domande senza risposta, la paura di un futuro senza lavoro, le speranze di diventare famosi che poi vengono deluse da un sistema che tende a creare e distruggere rapidamente.
Non sono un guru, non posso dire non fumate, non drogatevi e non bevete perché ho fumato per 25 anni e ho l’enfisema nei polmoni. Negli anni ’80 sono venuti due ragazzi della radio di Matera e mi hanno chiesto come risolverei il problema della droga e della fame nel mondo: siccome non sono un profeta gli ho risposto in romano “Drogatevi di meno e magnate di più”.

Dico a tutti che faccio fatica a fare ancora degli sbagli perché li ho fatti tutti.

Lascia un commento

Your email address will not be published.

*

Latest from Arte

Go to Top
%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: