Voce Donna: riflessioni sulla violenza contro le donne

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“Il linguaggio di genere, la narrazione del femminicidio”

Spinta da questo titolo l’associazione “Voce Donna” ha raccontato, al teatro “Verdi” di Pordenone, storie e testimonianze di donne, mogli e ragazze, maltrattate e uccise da uomini.

Si tratta di un’iniziativa di sensibilizzazione sui temi del linguaggio di genere e della narrazione del femminicidio, alla luce anche degli ultimi fatti di cronaca che riportano una violenza, contro le donne e bambini/e, che non sembra conoscere tregua.

Moderatrice è stata Maria De Stefano, co-fondatrice nonché presidentessa di Voce Donna.  Come relatrici si sono avvicendate Cristina Gamberi, insegnante all’università di Bologna di lingue, letterature e culture moderne. Svolge attività nell’ambito della scrittura femminile in lingua inglese, cura progetti didattici e sperimentali sui temi dell’identità di genere e della violenza contro le donne e Dakli Luisa Betti, giornalista professionista esperta di diritti umani, in particolare di violazioni e discriminazioni su donne e minori. Collabora alla 27esima ora del Corriere della sera, è autrice della piattaforma d’informazione DonnexDiritti, si occupa di politica estera sulla rivista svizzera Azione, e ha scritto per riviste internazionali come East e Le Monde Diplomatique. Ha maturato una lunga esperienza nell’ambito della ricerca sui diritti delle donne e sul femminicidio, e in maniera particolare sul ruolo legato ai media, con consulenze, docenze e partecipando a conferenze istituzionali e internazionali in qualità di speaker.

Ad aprire il dibattito è stata Maria De Stefano, introducendo il tema centrale:

Noi ci impegniamo a rendere visibile ciò che per sua natura non lo è, ovvero, la violenza maschile”

“Se fossero problemi che dipendessero davvero dalle donne, come molti sostengono quando accusano la ragazza vittima si “essersela cercata”, semplicemente non ci sarebbero!”.In questo modo ci racconta come spesso e volentieri, ragazze e donne che vengono molestate da uomini con poco giudizio, vengano accusate di “essersela cercata” portando gonne troppo corte o vestiti provocanti. “Ci può essere violenza nel linguaggio? Possono le parole far male alle donne? Spesso vengono utilizzati termini maschili per le donne e talvolta queste stesse li preferiscono perché conferiscono più autorevolezza”

Maria De Stefano ha poi ceduto la parola a Cristina Gamberi, che ha subito parlato di “silenzio di genere”, ovvero, la difficoltà delle donne di riappropriarsi della propria vita, citando Anna Rossi-Doria, una importante portavoce di questa realtà: “Il Silenzio delle donne, malgrado gli stereotipi, è profondo, antico, tranne una sola eccezione, la letteratura”.Un altro tema introdotto da Cristina Gamberi  è stato  la creazione di stereotipi su donna e uomo coinvolti. Lei stessa ha affermato che quando sentiva parlare di femminicidio associava l’evento ad un uomo violento e ad una donna con problemi spesso di natura personale.Questo stereotipo è però fallace sotto tutti i punti di vista.Se osserviamo il caso di Marie Trintignant – attrice francese morta a seguito delle percosse subite – l’attrice non rientrava nello stereotipo di donna che potesse subire violenza. Analizzando il colpevole, il cantante Bertrand Cantat famoso per alcune sue canzoni di stampo sinistroide, possiamo osservare come la violenza sia trasversale a classi sociali ed alle ideologie.Legati a questo caso sono stati numerosissimi gli articoli di giornale a difesa della donna, tanti però si sono schierati dalla parte dell’uomo mettendo in risalto l’assassinio per furore e la rovinata carriera del cantante.Luisa Betti Dakli ha maturato una lunga esperienza nell’ambito dei diritti umani con ricerche e inchieste, soprattutto in Italia e in Medio Oriente, su violazioni, violenza di genere e abusi su minori, e sul ruolo legato ai media: in modo particolare sulla narrazione di questi temi nell’informazione attraverso il linguaggio televisivo, la stampa e il web. Il suo giudizio è piuttosto pesante:

“…. continuamo a scandalizzarci per le donne uccise, per le atrocità che gli uomini commettono, per la violenza con cui i rapporti di forza tra sessi si consumano nei rapporti intimi e intanto permettiamo di essere nutriti da un immaginario cannibale nell’ipocrita speranza che un giorno tutto possa cambiare. Ma cosa può cambiare in un sistema che fa di tutto questo il suo più prelibato pasto? Una succulenta mistura di morbosità fatta di sesso, ragazze carine, uomini violenti e squartatori?

Una cultura che ancora adesso racconta di melodrammi fatti di gelosia e sangue, di raptus improvvisi e rende le donne responsabili della violenza che subiscono a causa della loro bellezza, o della pressione che fanno su poveri mariti che “non accettano la separazione”? Quella stessa cultura che ha prodotto le domande fatte dagli avvocati dei due carabinieri accusati di stupro da due studentesse americane a Firenze, pubblicate sul Corriere della Sera giorni fa: “portava biancheria intima quella sera? È fidanzata? E’ attratta dalle divise?”

Ma cosa te ne frega se porto le mutande, se sono carina o quante ossa sono entrate nella valigia? Quello che ti deve interessare è che sono stata stuprata, uccisa, picchiata, anche a causa della mentalità con cui mi descrivi, una cultura che rende tutto ciò normale ed impunibile, e che nel mondo ha prodotto un miliardo di donne che sono nella mia stessa situazione a dimostrazione che quello che mi è successo non riguarda solo me, e non è imputabile al mio comportamento o al mio abbigliamento o alle mie abitudini, questo devi raccontare al mondo per rendere giustizia alla verità, nient’altro.”

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