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Black Shirts

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Gruppo di cinque ragazzi del liceo Grigoletti: Federico Burigana, Alessio Cancian, Francesco Carnevale, Sofia Portolan, Federico Scian.

Droni, un nuovo modo di vedere il mondo

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Da qualche anno ormai i droni hanno raggiunto un prezzo abbastanza accessibile da permettere a chiunque con un po di buona volontà di averne uno proprio, in base alle caratteristiche e alle varie esigenze. Il drone di cui parleremo oggi è il nuovo medio di gamma della DJI: il Mavic Air.

Come potete vedere nella foto qui sopra il Mavic Air è un drone molto compatto e ad alto contenuto tecnologico, i punti di appoggio anteriori sono anche le antenne del drone che ricevono i segnali dal radiocomando.

Questo piccoletto della DJI ha un tempo di volo di circa 20 minuti prima che sia necessario un cambio batteria e può raggiungere velocità intorno ai 70 kilometri orari in modalità sport. E’ equipaggiato con una videocamera ad alta risoluzione che può registrare video in 4k a 30 scatti al secondo; ovviamente, per poter registrare dei buoni video su qualcosa che si inclina per muoversi, la videocamera è stabilizzata e rimane sempre parallela al suolo.

La rivoluzione di questo piccoletto, però, non sta soltanto nella tecnologia, ma anche nella portabilità: questo drone, infatti, può essere piegato e messo in un apposito travel case come si può notare nella foto sottostante.

I droni sono sempre stati degli ottimi strumenti di ripresa e vengono utilizzati nelle produzioni cinematografiche da anni, ma ora che sono diventati più piccoli, più facili da trasportare e soprattutto meno costosi (questo modello si aggira intorno agli 800 euro) si vedranno molto più spesso volare in giro, e le leggi dovranno adattarsi al cambiamento.

Dal punto di vista legale, in Europa per far volare un drone di peso superiore ai 300g (questo ne pesa 435 ed è grande quanto la mia mano da chiuso) in un luogo dove sono presenti persone, bisogna avere una patente che costa intorno ai 1800 euro oltre ad avere un apposito certificato che garantisca che il drone non può causare danni gravi in caso di caduta. Potete ovviamente capire che una patente che costa più di 2 volte il prezzo del drone scoraggerebbe chiunque all’ acquisto, ecco perchè la legge sta cambiando per permettere ai droni di peso compreso tra i 250 e i 900 grammi di volare senza patente ma con un corso online. Potete trovare altre informazioni sul nuovo regolamento qui.

Se la legge fosse già cambiata voi comprereste un drone? Quali caratteristiche sarebbero più importanti per voi e perchè? Scrivetecelo nei commenti qui sotto!

Garibaldi a Pordenone: non è solo un Corso

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Pordenone, piccola città.  Ma grande, nel passato, per la sua importante collocazione strategica, specie nel periodo veneziano : se si voleva arrivare in Austria o a Venezia  era una delle tappe essenziali in quanto, grazie al suo porto fluviale, è sempre stato un centro di transito di uomini e merci. In quanto tale, molti sono passati di qui, a volte rimanendoci qualche giorno, a volte solo per brevi momenti di sosta. Tra loro anche autentici vip della loro epoca. Fare una lista completa sarebbe eccessivo, ecco quindi una carrellata in sintesi dei personaggi più famosi che transitarono per Pordenone nei secoli di maggiore vitalità storica, dal ‘700 fino alla seconda metà dell’800:

Vittorio Emanuele II
  • Giuseppe II d’Asburgo-Lorena;
  • Paolo I Petrovic Romanov;
  • Papa Pio VI;
  • Napoleone Bonaparte;
  • Francesco Giuseppe I d’Austria;
  • Vittorio Emanuele II;
  • Giuseppe Garibaldi.

In particolare, Garibaldi arrivò a Pordenone con qualche mese di ritardo rispetto a Re Vittorio: il 2 marzo 1867 il generale fu festosamente accolto alla stazione dalle autorità e da una grande folla che lo acclamava entusiasticamente. Ospitato a casa del sindaco Candiani, ancora oggi ricordata da un’epigrafe in corso Vittorio, Garibaldi, affacciatosi alla finestra, pronunciò un breve discorso inneggiando alla libertà faticosamente conseguita durante le guerre d’Indipendenza contro l’Austria e promuovendo l’elezione a deputato del pordenonese Pietro Ellero. Cenato assieme alle autorità, ripartì la sera lasciando in dono al sindaco un proprio ritratto autografato.

A rammentare l’avvenimento, venne posta nell’anno 1882 la seguente insegna murata sul Palazzo Candiano Pascoli in Corso Vittorio Emanuele 21 con iscritte le seguenti parole:

A RICORDO

DEL 2 MARZO 1867

IN CUI

GIUSEPPE GARIBALDI

QUI OSPITE

ALLE SUPREME LOTTE

CONTRO I NEMICI D’ITALIA

IL POPOLO COMMOSSO

INCITAVA I PORDENONESI

Oltre all’illustre Garibaldi, ricordiamo Enea Ellero (1840 – 1932), che divenne nel 1902 Presidente della Società Operaia, il sergente Antonio Fantuzzi (1833 – 1865) e Giovanni Battista Bertossi (1840 – 1865).

In memoria di Bertossi ci è rimasta un’iscrizione posta nell’omonima Via al numero 4 nel giugno del 1910. In essa si legge:

QUI NACQUE GIOVANNI BATTISTA BERTOSSI

AGLI STUDI DELLA LIBERTÀ’ DELLA PATRIA

SACRO’ LA FLORIDA VITA

VITTORIO EMANUELE

A SAN MARTINO PRODE IL DISSE

GARIBALDI

CAPITANO DEI MILLE IL PREDILESSE

PORDENONE E IL FRIULI INTERO

LUI

ESEMPIO DI FEDE DI FORZA D’AMORE

ALLE NUOVE GIOVENTÙ’ D’ITALIA RICORDANO

 

In definitiva, si può notare come Pordenone sia stata una città di passaggio non solo per mercanti o gente comune, ma anche per personaggi di rilievo che hanno contribuito alla storia italiana.

Voce Donna: riflessioni sulla violenza contro le donne

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“Il linguaggio di genere, la narrazione del femminicidio”

Spinta da questo titolo l’associazione “Voce Donna” ha raccontato, al teatro “Verdi” di Pordenone, storie e testimonianze di donne, mogli e ragazze, maltrattate e uccise da uomini.

Si tratta di un’iniziativa di sensibilizzazione sui temi del linguaggio di genere e della narrazione del femminicidio, alla luce anche degli ultimi fatti di cronaca che riportano una violenza, contro le donne e bambini/e, che non sembra conoscere tregua.

Moderatrice è stata Maria De Stefano, co-fondatrice nonché presidentessa di Voce Donna.  Come relatrici si sono avvicendate Cristina Gamberi, insegnante all’università di Bologna di lingue, letterature e culture moderne. Svolge attività nell’ambito della scrittura femminile in lingua inglese, cura progetti didattici e sperimentali sui temi dell’identità di genere e della violenza contro le donne e Dakli Luisa Betti, giornalista professionista esperta di diritti umani, in particolare di violazioni e discriminazioni su donne e minori. Collabora alla 27esima ora del Corriere della sera, è autrice della piattaforma d’informazione DonnexDiritti, si occupa di politica estera sulla rivista svizzera Azione, e ha scritto per riviste internazionali come East e Le Monde Diplomatique. Ha maturato una lunga esperienza nell’ambito della ricerca sui diritti delle donne e sul femminicidio, e in maniera particolare sul ruolo legato ai media, con consulenze, docenze e partecipando a conferenze istituzionali e internazionali in qualità di speaker.

Ad aprire il dibattito è stata Maria De Stefano, introducendo il tema centrale:

Noi ci impegniamo a rendere visibile ciò che per sua natura non lo è, ovvero, la violenza maschile”

“Se fossero problemi che dipendessero davvero dalle donne, come molti sostengono quando accusano la ragazza vittima si “essersela cercata”, semplicemente non ci sarebbero!”.In questo modo ci racconta come spesso e volentieri, ragazze e donne che vengono molestate da uomini con poco giudizio, vengano accusate di “essersela cercata” portando gonne troppo corte o vestiti provocanti. “Ci può essere violenza nel linguaggio? Possono le parole far male alle donne? Spesso vengono utilizzati termini maschili per le donne e talvolta queste stesse li preferiscono perché conferiscono più autorevolezza”

Maria De Stefano ha poi ceduto la parola a Cristina Gamberi, che ha subito parlato di “silenzio di genere”, ovvero, la difficoltà delle donne di riappropriarsi della propria vita, citando Anna Rossi-Doria, una importante portavoce di questa realtà: “Il Silenzio delle donne, malgrado gli stereotipi, è profondo, antico, tranne una sola eccezione, la letteratura”.Un altro tema introdotto da Cristina Gamberi  è stato  la creazione di stereotipi su donna e uomo coinvolti. Lei stessa ha affermato che quando sentiva parlare di femminicidio associava l’evento ad un uomo violento e ad una donna con problemi spesso di natura personale.Questo stereotipo è però fallace sotto tutti i punti di vista.Se osserviamo il caso di Marie Trintignant – attrice francese morta a seguito delle percosse subite – l’attrice non rientrava nello stereotipo di donna che potesse subire violenza. Analizzando il colpevole, il cantante Bertrand Cantat famoso per alcune sue canzoni di stampo sinistroide, possiamo osservare come la violenza sia trasversale a classi sociali ed alle ideologie.Legati a questo caso sono stati numerosissimi gli articoli di giornale a difesa della donna, tanti però si sono schierati dalla parte dell’uomo mettendo in risalto l’assassinio per furore e la rovinata carriera del cantante.Luisa Betti Dakli ha maturato una lunga esperienza nell’ambito dei diritti umani con ricerche e inchieste, soprattutto in Italia e in Medio Oriente, su violazioni, violenza di genere e abusi su minori, e sul ruolo legato ai media: in modo particolare sulla narrazione di questi temi nell’informazione attraverso il linguaggio televisivo, la stampa e il web. Il suo giudizio è piuttosto pesante:

“…. continuamo a scandalizzarci per le donne uccise, per le atrocità che gli uomini commettono, per la violenza con cui i rapporti di forza tra sessi si consumano nei rapporti intimi e intanto permettiamo di essere nutriti da un immaginario cannibale nell’ipocrita speranza che un giorno tutto possa cambiare. Ma cosa può cambiare in un sistema che fa di tutto questo il suo più prelibato pasto? Una succulenta mistura di morbosità fatta di sesso, ragazze carine, uomini violenti e squartatori?

Una cultura che ancora adesso racconta di melodrammi fatti di gelosia e sangue, di raptus improvvisi e rende le donne responsabili della violenza che subiscono a causa della loro bellezza, o della pressione che fanno su poveri mariti che “non accettano la separazione”? Quella stessa cultura che ha prodotto le domande fatte dagli avvocati dei due carabinieri accusati di stupro da due studentesse americane a Firenze, pubblicate sul Corriere della Sera giorni fa: “portava biancheria intima quella sera? È fidanzata? E’ attratta dalle divise?”

Ma cosa te ne frega se porto le mutande, se sono carina o quante ossa sono entrate nella valigia? Quello che ti deve interessare è che sono stata stuprata, uccisa, picchiata, anche a causa della mentalità con cui mi descrivi, una cultura che rende tutto ciò normale ed impunibile, e che nel mondo ha prodotto un miliardo di donne che sono nella mia stessa situazione a dimostrazione che quello che mi è successo non riguarda solo me, e non è imputabile al mio comportamento o al mio abbigliamento o alle mie abitudini, questo devi raccontare al mondo per rendere giustizia alla verità, nient’altro.”

Il cellulare a scuola: la voce degli studenti

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Dato il grande interesse riscontrato con il precedente articolo (che si può trovare qui) è stato deciso di approfondire l’argomento con l’aiuto degli studenti del liceo M. Grigoletti.

E’ stato quindi richiesto ai liceali di compilare un semplice questionario riguardo l’uso dei telefoni: sono ben 703 le risposte ottenute!

La prima domanda riguarda i modelli più diffusi tra i ragazzi: come si può immaginare i brand più quotati, Apple e Samsung, si confermano i leader del mercato, rispettivamente con il 40% e il 24%, tuttavia anche Huawei ha acquistato notevole popolarità, arrivando ben al 22%.

Successivamente è stato richiesto a che età gli studenti hanno ricevuto il loro primo celullare. Come prevedibile, i risultati affermano che la fascia di età predominante è sicuramente quella che va dai 12 ai 14 anni, mentre sorprende il fatto che più del 30% lo abbia ricevuto prima dei 12 anni.

Domanda focale del sondaggio è stata quella relativa all’utilizzo del telefono durante l’orario scolastico: ben il 75,4% dei ragazzi ha risposto di sì.

Nonostante le normative scolastiche stiano cercando un compromesso che non metta in secondo piano l’insegnamento tradizionale, come riportato nel precente articolo, dei 536 ragazzi che affermano di utlizzarlo a scuola, solo il 28% lo utilizza per attività inerenti alle lezioni. Il resto degli studenti, invece, ammette di usufruire di dispositivi elettronici, in particolare i telefoni, per semplice svago, essendo facili da nascondere e permettendo numerosi utilizzi.

La domanda allora sorge spontanea: “I professori sono consapevoli del fatto che gli studenti non rispettino le regole?”. La maggior parte sì, ma non tutti decidono di intervenire, preferendo continuare la lezione purchè essa non venga disturbata. Altri provvedono invece al sequestro del mezzo, seguendo le norme indicate nel regolamento di istituto.

Cercando di fare chiarezza è stata indagata la frequenza di utilizzo durante le lezioni. Si può riscontrare un eccessivo impiego ogni ora, che può causare grossi deficit di attenzione.

Riguardo l’argomento, la redazione de L’Intervallo ritiene che i professori più flessibili debbano essere più severi sull’applicazione del regolamento d’istituto: noi ragazzi siamo abbastanza grandi per decidere se seguire la lezione o meno, ma ciò non giustifica ovviamente il fatto che è possibile trasgredire l’argomento. Questo non sarebbe utile al solo proseguimento pacifico delle lezioni, ma anche un insegnamento morale in quanto in tal modo i ragazzi apprenderebbero l’importanza dell’applicazione delle regole e della legge in generale.

 

Smartphone a scuola, innovazione o distrazione?

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L’inserimento dello smartphone in classe ha sollevato non poche polemiche e numerose discussioni.

Il ministro della Pubblica Istruzione, Valeria Fedeli, nell’autunno del 2017 ha dichiarato di essere favorevole all’introduzione dell’uso dei cellulari in classe.
Così, ha promosso l’insediamento di una commissione ministeriale per tracciare le linee guida sull’utilizzo degli smartphone in aula.

Il ministro ha spiegato che lo smartphone «è uno strumento che facilita l’apprendimento, una straordinaria opportunità che deve essere governata. Quindi se guidati da insegnanti preparati e da genitori consapevoli i ragazzi potranno imparare attraverso un mezzo che gli è familiare: Internet».

Il 19 gennaio 2018 Fedeli, che si trovava a Bologna in occasione della manifestazione “Futura” dedicata al Piano Nazionale Scuola Digitale, ha presentato i risultati della commissione sull’uso responsabile degli strumenti digitali in classe: sono state stilate dieci regole per insegnanti e dirigenti, utili a regolamentare in ciascun istituto una Politica d’Uso Accettabile in merito ai device mobile.

«Il Decalogo – ha dichiarato – è ispirato a una visione fiduciosa e positiva del rapporto tra i professori, gli studenti e la cultura oggi plasmata nei suoi linguaggi, stili e codici dall’enorme diffusione di tablet e telefoni interattivi».

Per gli esperti interpellati dal Ministero – massmediologi, pedagogisti, insegnanti, filosofi – la scuola non può chiamarsi fuori dal cambiamento in corso, che va ben oltre i soli smartphone e che deve affrontare come una sfida educativa “per il raggiungimento dei propri scopi”, in modo anche da “sostenere” il suo stesso “rinnovamento”.
Se quasi unanime è il giudizio positivo sull’utilizzo di lavagne elettroniche, e-book e computer in aula, la questione appare più complessa, ed i pro e contro devono essere pesati opportunamente, quando si parla di smartphone.

Da un lato i sostenitori della possibilità di utilizzare gli smartphone non solo per sperimentare nuovi percorsi di apprendimento, ma soprattutto per potenziare il ruolo della scuola nell’educare i ragazzi a muoversi nell’ormai pervasivo contesto digitale, insegnandogli anche a mettersi al riparo dalle bufale e dal cyberbullismo.

Ci sono tanti docenti che permettono l’utilizzo del telefono, altri che applicano già una didattica digitale attraverso specifiche app, che gli permettono di usare la calcolatrice e tante altre funzioni del telefono. Ci sono tanti docenti che inviano materiale agli studenti in .jpg o pdf, che parlano con loro nelle chat e sui social dove vengono distribuiti i compiti e le comunicazioni inerenti la scuola. Tanti ragazzi registrano le lezioni come audio per riascoltarle a casa e altri prendono appunti sul cellulare, altri fanno le foto alla lavagna e poi studiano su quel materiale. Oggi, in effetti, gli smartphone sono computer in miniatura.

Dall’altro chi sostiene che l’utilizzo del cellulare anche in classe potrebbe accentuare la dipendenza da smartphone di cui già sono vittima i giovani di oggi e compromettere la loro capacità autonoma di risolvere i problemi.

In una ricerca della London School of Economics si è dimostrato che negli istituti dove non è permesso l’uso dei telefonini i voti sono più alti. Ricevere messaggini, giocherellare sotto il banco, infatti, porta a distrarsi, quando ovviamente una migliore concentrazione avrebbe effetti benefici sul rendimento scolastico.

Walter Manzon, vice-preside del Liceo Michelangelo Grigoletti di Pordenone, concorda con la normativa, al di là di tutte le strumentalizzazioni che se ne sono fatte perché si cerca sempre l’estremo nella misura, in realtà il professore la ritiene una forma equilibrata: quando serve si utilizza il cellulare purché ci sia concordia di intenti didattici con gli insegnanti.

Le regole del Liceo Grigoletti prevedono che i cellulari debbano essere spenti durante le lezioni a meno che non sia l’insegnate a consentirne l’uso per fini didattici, mentre possono essere utilizzati durante la ricreazione o in uscita.

Manzon, intervistato dalla redazione de L’Intervallo, ha affermato che nella scuola si cerca di garantire l’uso della tecnologia, quando può essere utile alla didattica, però è chiaro che nel momento in cui viene utilizzata tutti devono essere consapevoli che deve servire per la didattica per evitare forme di deconcentrazione progressiva.
«Tante opportunità di informazioni possono però creare distrazione, togliendo capacità di concentrazione agli studenti. Quindi il problema per gli insegnanti – ha evidenziato Manzon – è quello di far costruire un pensiero critico che non è fatto di micro pensieri ma di sintesi, pensieri che si rinforzino nella mente per più tempo: perciò se sarà uno strumento concentrato ad approfondire la didattica sarà positivo altrimenti no.

Purtroppo chi favorisce l’utilizzo del cellulare non ha scopi didattici ma commerciali, basati su logiche di tipo economico che non mettono al centro l’interesse degli studenti. Per fare qualche esempio – ha concluso – alcune case editrici propongono piattaforme didattiche autonome che potrebbero essere troppo invasive e a rischio monopolista».

Fatte queste premesse possiamo capire come non sia una così stravolgente novità l’inserimento del cellulare in classe. Eliminare l’utilizzo privato in classe dev’essere un focus da cui partire.

Una soluzione, inoltre, potrebbe essere fornire una motivazione per usarlo a fini didattici con una metodologia studiata ad hoc e personale specializzato, tenendo conto che i ragazzi sono già iperconnessi e che non devono perdere anche le abilità e competenze che insegna la didattica tradizionale.

Nel momento in cui lo smartphone può essere utilizzato come strumento formativo, è importante che gli insegnanti aiutino i ragazzi a comprendere gli strumenti tecnologici da un altro punto di vista e sviluppare una valutazione critica, cercando di sfruttarne al massimo le potenzialità, come ad esempio la ricerca immediata di contenuti, avere una visione globale di più situazioni contemporaneamente, acquisire velocità ma soprattutto efficacia nell’apprendimento.
Sfruttare tutte le potenzialità della tecnologia passa anche dalla formazione sugli strumenti che vanno oltre social network, blog e YouTube. Per questo sarebbero utili dei mezzi per imparare a cercare sui motori di ricerca, a non cadere nelle trappole delle fake news, a usare i servizi della rete, ad avere una capacità di valutazione critica.

Va dunque compreso come possa essere integrata la tecnologia mantenendo però la qualità della didattica tradizionale.

La scuola di oggi è già tecnologica: registri elettronici, note digitali, comunicazioni alla famiglia per via tecnologica, tutto passa dal sito della scuola, in classe ci sono le LIM e tutte le comunicazioni vengono condivise nei gruppi-classe di WhatsApp sia ragazzi che genitori.
Pensare ad una metodologia didattica interattiva non è così sbagliato, per evitare che i ragazzi “subiscano” la lezione, si distraggano di continuo e non interagiscano.

Il problema quindi è che a livello teorico tutto funziona in maniera anche lineare, ma bisogna comprendere come metterlo in pratica prima di avviare delle rivoluzioni.

In primo luogo, il corpo docente deve essere uniformato, perché oggi abbiamo insegnanti molto diversi tra loro con sistemi di insegnamento eterogenei che rischiano di creare confusione e ambivalenza negli studenti: c’è chi a spada tratta utilizza la tecnologia e chi fermamente si schiera contro avvalendosi dei metodi più tradizionali. I ragazzi nell’arco della stessa mattinata si trovano di fronte a docenti che insegnano in maniera coinvolgente e attiva e altri completamente passiva.

Non è da sottovalutare la formazione e l’educazione digitale degli insegnanti, perché troppo spesso non conoscono adeguatamente la tecnologia e le nuove modalità comunicative dei ragazzi, per cui su queste tematiche si muovono con grande difficoltà. Infatti, nelle classi non è difficile vedere un’inversione dei ruoli in cui sono i ragazzi stessi a spiegare agli adulti come funzionano alcuni strumenti tecnologici di cui sono dotate le scuole.

Quindi priorità assoluta è formare adeguatamente tutto il corpo docente e renderlo efficace per poi creare una modalità didattica costruita insieme agli studenti che sostenga lo sviluppo di una capacità d’uso critica delle fonti di informazione anche in vista di un apprendimento lungo tutto l’arco della vita.

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