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Il lavoro di traduzione, il sogno dietro a questa carriera

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Spesso agli studenti di lingue straniere viene detto che la conoscenza di esse sarà molto utile nel mondo del lavoro, che ampliano la scelta delle carriere intraprendibili. Solitamente però, il discorso rimane molto vago. Una delle molte possibilità lavorative specifiche dell’ambito linguistico è la traduzione editoriale, e l’intervista alla traduttrice part time di libri Nadia Brusin, aiuterà a comprendere più a fondo questo lavoro.

La sua formazione, come ci si poteva aspettare, è stata prevalentemente in ambito linguistico: ha frequentato un Istituto Tecnico Commerciale corrispondente in lingue estere, in seguito si è laureata in Lingue e Letterature Straniere ottenendo un’ottima preparazione letteraria e culturale. Presa la laurea ha iniziato a lavorare in un’azienda come commerciale estero, ma successivamente si è riscoperta nostalgica del mondo letterario e ha quindi deciso di intraprendere il percorso di laurea in Traduzione Specialistica e Multimediale, conseguendo la laurea Specialistica. Ha iniziato a lavorare come traduttrice in quest’ultimo ambito, soprattutto a livello legale e tecnico. Volendo però perseguire il percorso editoriale, ha frequentato diversi corsi organizzati da editori, enti culturali o agenzie e partecipato ad altrettanti workshop tenuti da altri traduttori. Finora ha lavorato su un romanzo per ragazzi intitolato “Come mangiare vermi fritti” (Biancoenero edizioni).

Cosa l’ha spinta a scegliere questo lavoro?

“Il sogno di essere una scrittrice? Però non si potrebbe dire. Dietro ad una traduttrice editoriale c’è quasi sempre il desiderio e l’ambizione di scrivere un libro. Inoltre mi hanno sicuramente indirizzata alcuni miei aspetti caratteriali: l’essere una persona con uno stile cognitivo e analitico, l’essere puntigliosa – in quanto essere un traduttore significa considerare tutti i minimi particolari e curare un continuo lavoro di perfezionamento, cosa che invece non può permettersi di fare un interprete, poiché deve essere più estroverso, spigliato, deve avere una visione globale e dare un risultato immediato.”

Quali sono le difficoltà di questo lavoro?

Gli ostacoli principali riguardano la remunerazione: la traduzione editoriale è retribuita molto meno di quella specialistica, di fatto sono pochi in Italia i traduttori editoriali che guadagnano bene, ed il prezzo a cartella è veramente basso. Inoltre non esiste più la figura del traduttore come dipendente di una casa editrice, la maggioranza sono traduttori freelance, con tutte le avversità che ne conseguono.”

Qual è il processo da seguire se si vuole tradurre un libro?

“Ci sono due opzioni: la prima, più ardua, consiste nel scoprire un autore che scrive in lingua straniera e proporlo ad una casa editrice; la seconda, come ho fatto io stessa, è continuare a frequentare corsi, entrare in contatto con personalità dell’ambito che possano indirizzarti verso fiere dell’editoria dov’è possibile lasciare i propri contatti e/o contattare personalmente gli editori, con la possibilità che questi ultimi ti cerchino e ti mettano alla prova con una traduzione da svolgere e che infine scelgano la tua versione tra le altre.”

In quali ambiti, oltre a quello editoriale, può lavorare un traduttore?

“Un traduttore può lavorare in qualsiasi tipo di azienda, dove può assumere anche ruolo di esperto dell’ufficio commerciale o delle relazioni col cliente. La laurea in Traduzione è spendibile principalmente in azienda più che nel campo delle lingue e letterature straniere, infatti questo ultimo ambito è maggiormente orientato verso l’insegnamento.”

Quali consigli darebbe agli studenti che vorrebbero intraprendere questa carriera?

“Per quanto riguarda la formazione scolastica consiglio la scuola di Interpretariato e Traduzione con un master in traduzione editoriale, inoltre è importante fare molta pratica con le lingue mediante periodi all’estero, di partecipare a fiere dei libri e a corsi online anche prima di terminare gli studi, e per ultimo ma decisamente non per importanza, consiglio di leggere molto, tanto in lingua italiana quanto in lingua straniera.”

Nadia Brusin

Cioccolateria Peratoner: l’entusiasmo e la dedizione di Giuseppe Faggiotto che hanno portato alla fama

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Cioccolateria Peratoner Pordenone Foto: Arianna Falvo

La cioccolateria Peratoner di Pordenone, in Corso Vittorio Emanuele, vanta di essere tra le più rinomate e conosciute della zona, grazie alla passione del proprietario e mâitre chocolatier Giuseppe Faggiotto. Completamente autodidatta, dopo aver lavorato in una gelateria di San Donà di Piave, sua città natale, ha realizzato il suo sogno sostenendo che per questo tipo di lavoro studiare serve, ma “intingere le mani” è ancora meglio. Siamo andati ad intervistarlo nel laboratorio dove vengono prodotte le sue creazioni per saperne un po’ di più sulla storia della cioccolateria, sulla sua esperienza e sulle opportunità che la attività riserva ai giovani d’oggi.
La pasticceria nasce da “una promessa che ho fatto a me stesso quando avevo 18 anni”, dice Faggiotto. L’entusiasmo crescente e la dedizione sono stati i mezzi fondamentali per la realizzazione della sua attività, che lo hanno portato alla ricerca e alla scoperta di sapori nuovi e all’elaborazione della sua cioccolata, la cui fama ha raggiunto le più importanti città d’Europa come Vienna e Londra.

La sala interna della caffetteria ha un arredamento particolare. Perchè è stato scelto questo tipo di arredamento?
É semplice rispondere perchè io, alla fine, l’ho trovato com’era. Penso però di averlo migliorato. Possiamo dire, parlando di Pordenone, che è l’unico locale che ha la targa oro e l’unico locale dove sono presenti ancora gli arredi risalenti al 1800, che non ho assolutamente tolto, anzi ho mantenuto e curato; per esempio, il bancone è di fine ‘800 e sono presenti ancora i tavolini piombati sempre risalenti a quel periodo. L’abbiamo lasciato così com’era, quindi questa particolarità era presente gia 140 anni fa.

Come avete visto cambiare Pordenone nel tempo? Lei pensa che la città nell’ultimo decennio si sia sviluppata? Se sì, in quale ambito?
Beh, questa è una nota dolente. Se parliamo singolarmente, Peratoner è in crescita, come è sempre cresciuta, e non ha mai fatto meno. La differenza la fa, purtroppo, il sistema Italia che non ti aiuta, non ti agevola, non riesce ad accantonare alcuni interessi per investire… Chiamiamolo ”vivacchiare”. Potremmo fare molto di più, ma la città è una piccola provincia dove si scontrano diversi punti di vista.
Ho vissuto la crisi che è cominciata nel 2007, ma non me ne sono accorto. Purtroppo abbiamo perso le grandi industrie ma non è certo colpa del pordenonese, ma della crisi mondiale. C’è stata tanta esportazione. Una nota positiva è che si è delineata la scrematura. Non penso che Pordenone cambi sostanzialmente, siamo noi cittadini che dobbiamo cambiare; però la città rimarrà così; l’artigianato si vedrà un po’ più avanti. Il lavoro reale manca in questo momento a Pordenone, manca l’artigiano appunto. Putroppo siamo tagliati fuori completamente dall’industria; una volta c’era la via del sale, adesso la via del sale non c’è più e la via industriale nemmeno. Ecco perchè è bello quello che noi facciamo qui, è bello avere la concorrenza che ci fa crescere. In questa città purtroppo non abbiamo la vera e propria concorrenza, quindi la cerchiamo sotto il punto di vista regionale e internazionale.

Quali sono le difficoltà, i vantaggi e gli svantaggi nel gestire la pasticceria Peratoner a Pordenone rispetto al Caffè degli Specchi a Trieste?
É una cosa strana perchè siamo in Italia, nel senso che Pordenone è una cittadina, Trieste è capoluogo. Il vantaggio di quest’ultimo è che c’è molto turismo, quindi penso che la bravura sta nel poterlo far funzionare, perchè vuol dire che sei sul pezzo, sei lì e capisci le esigenze del turista. Se uno viene a Pordenone capisce che la ”mamma” è Caffè degli Specchi. Qui c’è questo andare lento, molto soft, invece a Trieste è tutto un rincorrersi, la vita è molto più frenetica e la difficoltà sta nell’impresa. I problemi possono essere di natura economica, personale, o dei dipendenti. Il segreto sta nell’organizzazione, poichè a Trieste ci sono 40 persone che lavorano e gestirle non è semplice. Quindi devi assolutamente mettere in piedi il sistema managerialmente, mentre a Pordenone è tutto più familiare. Sono due difficoltà ben diverse ma è bello perchè quando capisci le due realtà penso che queste, ti facciano crescere l’azienda.

Camuffo, il cantiere navale più antico del mondo

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Storie di uomini e mare, questo raccontano le creazioni di quello che è considerato il più antico cantiere navale al mondo ancora in attività. Si tratta del Cantiere Navale Camuffo di Portogruaro, in provincia di Venezia, un azienda semplice, familiare, ma allo stesso tempo professionale e ricca di storia. Questa dinastia di costruttori navali è nata nel lontano 1438, come racconta Giacomo Camuffo, responsabile dei rapporti pubblici, presso l’arsenale di Candia (Creta).
Nei secoli successivi diressero anche l’arsenale Veneta, realizzarono imbarcazioni per Napoleone e per la famiglia reale dei Savoia, oltre ai MAS per la Marina Militare Italiana, ovvero battelli porta siluro che riscossero grande successo nel corso delle due Guerre Mondiali. Si specializzarono, poi, nella costruzione di imbarcazioni da lavoro, per poi dedicarsi al diporto tra gli anni 1950-1960. Questo passaggio segnò il successo dei fratelli Camuffo, Marco e Giacomo, maestri dell’arte marinara, e istruttori tecnici di maestranze esperte nella lavorazione del legno.

Ogni loro prodotto, o meglio motoryacht, è costituito da circa mille componenti, tutte smontabili attraverso un semplice cacciavite a croce; ciò è uno dei tanti pregi: la semplicità, la possibilità di effettuare riparazioni in ogni momento li rende unici, come uniche sono le loro caratteristiche estetiche. Il leggendario roll-bar centrale li rende riconoscibili a miglia di distanza in mezzo al mare, divenendo così manifesto di eleganza, sicurezza e alte prestazioni. Per questo, per gli armatori Camuffo, essi rappresentano non solo la concretizzazione di un sogno, ma un modo di vivere il mare, un modo di concepire la nautica, grazie alla consapevolezza di esser parte di un circolo virtuoso di esclusività e passione.
Il prestigio del cantiere in questione è stato riconosciuto anche dagli ingegneri di una delle più celebri case automobilistiche italiane, la quale inviò alcuni tecnici specializzati per studiare il sistema di areazione delle sale macchine dei Camuffo; un sistema mai replicato, frutto di secoli di studi e grande competenza nel settore da parte della discendenza di maestri d’ascia.

Spesso a loro si pone il problema della successione, a causa della mancanza di eredi da parte dei due fratelli. Loro, sempre acuti e ironici, hanno detto di aver ricevuto richieste di acquisizione da grandi imprenditori; nessuno, però, si sarebbe dimostrato alla loro altezza. Si tratta di una realtà che riuscita a superare la crisi del settore in modo eccezionale, senza modificare qualità e progetti, mantenendo attivi i propri dipendenti, nonostante le vendite siano in fase di stallo da tempo. Marco Camuffo, infatti, sostiene tuttora che la loro fortuna ponga le basi sull’intuizione, un aspetto poco comune e difficilmente acquisibile. Che si tratti di orgoglio personale o esaltazione narcisistica, poco importa; certo è che per i Camuffo: «colui che acquisirà le redini dell’azienda dovrà avere necessariamente il mare nel cuore».

Il pesce nell’alto Adriatico, tra eccellenze e rischi

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Secondo i dati raccolti dall’Istat nel 2009 il mercato del pesce nella zona Alto Adriatica ha risentito di una diminuzione rispetto agli anni passati del valore delle esportazioni, con un negativo di oltre 150 milioni di euro rispetto alle importazioni. Il totale delle importazioni è di 330 milioni, di cui il Veneto incide per il 66,3% (218,4 milioni), seguito dall’Emilia Romagna con il 16,8% e dal Friuli con il 10,9%. Il valore delle esportazioni si attesta sui 180 milioni di euro di cui il 39,1% viene esportato dalla sola Croazia, seguita dal Veneto con il 25,7% e l’Emilia Romagna con il 20,8%, fanalino di coda il Friuli Venezia Giulia con la sola quota del 14,5%.

Ogni 28 chilometri della costa italiana c’è un punto di acqua inquinata, questi sono i dati raccolti da Goletta verde 2016, la campagna estiva di Legambiente. Dei 265 punti monitorati da questa indagine il 52% è risultato inquinato, di cui l’88% in prossimità di foci di fiumi, canali e scarichi che depositano sulle acque della nostra zona batteri fecali. La metà di questi punti si trova addirittura in prossimità di spiagge, dove la presenza di questi batteri può provocare malattie alle famiglie in vacanza soprattutto se c’è la presenza di bambini. Nell’alto Adriatico la condizione migliore si registra in Veneto.

Mappa inquinamento dell’acqua nelle coste dell’alto Adriatico, Goletta verde, 2016

Come è osservabile la nostra zona risulta fra le più pulite dell’Italia, con soli 2 punti inquinati oltre i limiti. Il problema c’è se osserviamo la grande quantità di pesce che importiamo dalle altre regioni italiane, in particolare quelle della costa Adriatica. E’ sufficiente scendere sotto l’Emilia per accorgersi di quanto sia inquinata l’acqua. Questo fattore ha grandi ripercussioni sulla qualità del pesce che mangiamo. Da un’analisi dell’EPA, un’agenzia statunitense per la protezione dell’ambiente, si è scoperto che i pesci di acqua dolce che vivono in acque inquinate contengono tracce di mercurio, un elemento pesante che può danneggiare irreversibilmente i nostri reni. I pesci di acqua salata invece presentano residui di metalli pesanti o bifenili policlorurati (PCB), sostanze chimiche molto tossiche e cancerogene.

L’elevata percentuale di pesce che noi importiamo non proviene dalle nostre zone ma da migliaia di chilometri dall’Italia. La maggior parte proviene da oltreoceano: una volta pescato, il pesce viene sottoposto a tecniche conservative e poi spedito in Italia, raggiunta la destinazione viene sottoposto a trattamenti di rifinitura prima di essere smerciato. È la nuova norma dell’unione Europea a permetterlo e dice così: “è sufficiente che l’ultima fase di lavorazione avvenga in un paese comunitario per essere riconosciuto come pesce europeo”. In questo modo è sufficiente che la casa madre risieda nell’unione Europea per poter vendere il pesce pescato in tutto il mondo in Europa. Per riconoscere la provenienza del pesce al momento dell’acquisto è necessario sapere la divisione delle zone FAO di pesca, riportate nelle etichette con cui viene venduto.

Zone FAO di pesca

Per importare il pesce dall’estero bisogna prendere delle precauzioni sulla conservazione e la freschezza. Per risolvere questo problema i venditori incorrono nell’utilizzo di conservanti, generalmente solfiti, che sono consentiti per legge. Il trucco più comune è l’utilizzo di acqua ossigenata, che viene impiegata per “sbiancare” il pesce.

Per capire la situazione locale, L’Intervallo ha intervistato un imprenditore ittico di Jesolo, da oltre 40 anni nel settore.

Come si fa fronte alla grande richiesta di pesce da parte del mercato?

Noi piccoli impresari possiamo solo continuare a pescare il pesce e a rivenderlo nel nostro mercato. Oggi molte persone creano allevamenti massivi dove si allevano grandi quantità di pesce.

Diretta conseguenza dell’inquinamento dell’acqua è lo svuotamento di molte zone di pesca, ciò ha causato una proliferazione degli allevamenti ittici “cui aziende e governi ricorrono sempre più spesso per trovare un’alternativa all’impoverimento o all’esaurimento degli stock delle specie ittiche”.

Acquacoltura in mare aperto

Grazie a questi incentivi l’acquacoltura (allevamento di pesci in luoghi controllati) è cresciuta esponenzialmente contribuendo all’inquinamento dell’acqua. Un esempio ne è il salmone da allevamento, che contiene livelli di diossina più alti rispetto al salmone selvatico. La causa di ciò è data dal cibo che viene fornito ai pesci negli allevamenti intensivi, farina e olio di carne, mangimi con concentrazioni di contaminanti e cancerogeni. La carne derivata da questo pesce risulta grassa perché il pesce, immerso assieme ad altre migliaia di esemplari in una sola vasca, non si muove e risulta particolarmente fragile, per ovviare a questo problema gli vengono somministrati antibiotici. D’altronde il pesce che il mare ci offre non è illimitato e di sicuro non soddisfa l’enorme richiesta del mercato. Gli allevamenti massivi non sono da sé pericolosi e se allestiti seguendo le norme imposte dalla legge offrono una soluzione all’aumentare della domanda.

Cosa rappresenta il pesce per lei?

Rappresenta le mie origini, la mia cultura di vita, la zona in cui vivo, il mio lavoro

Da quando fa il suo lavoro il costo del pesce e la sua qualità sono sempre rimasti fissi o sono variati negli anni?

La qualità del pesce del Mediterraneo è considerata una fra le più alte nel mondo, il prezzo purtroppo ha prospettive di crescita perché non ce n’è più a sufficienza. La richiesta sta aumentando e l’inquinamento dell’acqua influisce sulla qualità e sul prezzo del pesce

Ciò come ha inciso sul suo lavoro?

Non ha inciso, ci si è dovuti adattare, soprattutto alle diverse esigenze dei clienti. Ho sempre lavorato col pesce tipico delle nostre zone cercando di far conoscere le nostre origini, la nostra vita

Il pesce pescato proviene sempre dalle nostre zone?

Sì, non sono stati abbandonati i nostri luoghi. In caso di mancanza di pesce si va a pescare nei territori vicini. Purtroppo data la carenza di pesce si è costretti a importare pesce dall’estero, anche dal Marocco. Sempre maggiore è la presenza di allevamenti massivi per motivi legati allo svuotamento delle nostre acque”

I gusti e le abitudini dei clienti sono cambiati?

Sì, anche di mese in mese. Oggi c’è questo problema della televisione e dei social media per cui tutti si sentono cuochi. I gusti come ho già detto cambiano di mese in mese, sembra una moda, un mese un piatto il mese dopo un altro

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