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Scienza

Barbatelle: un tesoro nostrano

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BARBATELLE

Rauscedo, un paese in provincia di Pordenone, è famoso in tutto il mondo per la sua produzione di barbatelle. Una delle aziende principali è la “Vitis Rauscedo Società Cooperativa Agricola”, che abbiamo visitato personalmente, intervistando il dottor Giorgio Beltrame, per capire di preciso cos’è una barbatella e come si produce.

L’AZIENDA

VITIS RAUSCEDO è una società cooperativa agricola nata nel 1985 ed è costituita da 13 soci organizzati in diversi centri di produzione. L’azienda ha una forte caratterizzazione famigliare che comporta una grande passione e il coinvolgimento diretto nel lavoro svolto: ciò si evidenzia nella estrema attenzione alla qualità della produzione che giustifica lo slogan “Vitis, vivaisti per passione”.

L’azienda è nata per produrre e commercializzare barbatelle, Si tratta di una cooperativa che sostanzialmente funziona come una società di servizi  per i soci (commerciale, logistica, finanza) e per questa ragione ha pochi ettari coltivati; il lavoro di coltivazione delle barbatelle infatti lo fanno i soci con le loro aziende. Tenendo conto di questi, gli ettari complessivamente coltivati a vivaio, tra barbatelle e “legno americano” sono circa 110.

La gamma di prodotto è adeguata alle richieste del mercato sia italiano che internazionale: comprende oltre 150 varietà di uve da vino e da tavola, 15 varietà di portinnesti, piú di 300 cloni, con una produzione di circa 8 milioni di innesti talea messi a dimora annualmente suddivisi in piú di 1.000 combinazioni di innesto.

Dopo oltre 30 anni di attività, VITIS è presente in tutte le zone viticole delle regioni italiane e su alcuni mercati esteri ed ha consolidato la sua posizione in Italia con oltre l’8% di quota di mercato a dimostrazione di professionalità e imprenditorialità non comuni.

Attualmente il valore della produzione è di circa 8.500.000 euro . Vi sono 22 dipendenti diretti (variabili nel corso dell’anno per effetto della stagionalità).

BELTRAME

Abbiamo intervistato il dottor Giorgio Beltrame, Direttore Operativo di Vitis Rauscedo , con lo scopo di illustrarci il ruolo della Cooperativa nel grande mercato della barbatella.

COS’È UNA BARBATELLA?

La barbatella è una pianta di vite utilizzata per creare i vigneti. E’ ottenuta innestando su un portainnesto chiamato talea, realizzato con legno di vite americana resistente alla fillossera, una gemma (marza) di varietà di vite europea. La denominazione “barbatella” deriva dall’apparato radicale (“barba”) che si sviluppa sull’estremità del portainnesto una volta messo a dimora nel vivaio.

PER COSA È STATA INVENTATA?

La barbatella è frutto di una tecnica messa a punto in Francia più di centocinquanta anni fa a seguito della comparsa in Europa, proveniente dagli Stati Uniti, della fillossera, un insetto particolarmente nocivo per le radici della vite, responsabile verso la metà dell’800, della distruzione di gran parte dei vigneti europei. Per contrastare la propagazione di questo insetto, si è ricorsi alla tecnica dell’innesto, utilizzando come base (talea) un tipo di legno (il cosiddetto “legno americano”) resistente agli attacchi di questo insetto, sul quale, come detto, si innestano le diverse varietà di vite europea. A Rauscedo si producono con questa tecnica viti da ormai oltre 100 anni ed è diventato il polo mondiale della produzione di queste piante.

COME VIENE PRODOTTA UNA BARBATELLA DI QUALITÀ?

Alla nostra domanda il dottor Beltrame, ci ha risposto in questo modo:

“Sintetizzare in poche parole cosa significa fare una barbatella di qualità non è possibile: è un percorso che, come per tutti i prodotti “fatti bene”, prevede l’attento controllo di tutti i vari passaggi della produzione”.

Infatti, il processo di produzione delle barbatelle può sembrare semplice, ma è costituito da varie fasi che richiedono molta esperienza, competenza tecnica e, perché no, anche passione.

Per ottenere un prodotto eccellente, la Vitis parte dal controllo della materia prima, dal cosiddetto“ legno americano” e dalle gemme, ovvero le due componenti fondamentali della barbatella e svolge accurati controlli di qualità presso i soci produttori durante tutto il ciclo di produzione.

Inoltre, nonostante l’azienda non produca vino, ha un impianto di micro-vinificazione interno completo di laboratorio di analisi, realizzato con lo scopo di verificare la qualità del vino.

 

 

Ma non mi servirà mai a niente!

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La matematica nella vita non serve a nulla.
FALSO!
Forse un po’ a malincuore, ma non si può negare. Un pizzico di matematica si insidia in molti aspetti della vita quotidiana: un resto da calcolare, uno sconto, il tasso d’interesse, dividere gli anacardi tra gli amici senza che si creino rivalità, riuscire a cucinare quella dannatissima torta della nonna rispettando le proporzioni correttamente per evitare il classico mattone…
Mattone che ha fatto impazzire molti malcapitati. Si parla del classico quiz: “un mattone pesa un chilo più mezzo mattone. Quanto pesano due mattoni?” su cui molti, dopo l’apprezzabile volume di fumo sulla testa, sono caduti.
Abbiamo così deciso di porre questo tipo di quesiti in piazza o davanti ad un supermercato,alle persone delle più svariate età. Ad ogni intervistato sono state poste le seguenti sei domande, che vi invitiamo a risolvere:

  1. Un telefono da 200€ in un negozio viene scontato del 75% mentre in quello concorrente allo stesso telefono viene fatto il 50% più 50% di sconto. In quale negozio conviene comprare?
  2. Un prodotto costa 100€ e viene aumentato del 20%, dopo di che viene ribassato del 20%. Alla fine il prodotto costerà di più, di meno o come prima?
  3. Michele taglia la pizza in quattro fette uguali, poi taglia ognuna di queste quattro fette in tre fettine uguali. Quale parte del totale è ciascuna fettina risultante?
  4. Quanti sono gli spigoli di un cubo?
  5. Un mattone pesa un chilo più mezzo mattone. Quanto pesano due mattoni?
  6. In una speciale banca il fondo monetario raddoppia ogni anno. Se investi 2 centesimi, a quanto ammonterá il fondo monetario dopo 5 anni?

Saranno stati in grado di rispondere? Vediamo com’è andata!

Domande matematica - Fascia 20 anni

Alcune tra le persone in età più avanzata sostenevano che quesiti di quel genere fossero più adatti ad un campione più giovane.
Andiamo ora a vedere se queste affermazioni sono fondate, analizzando attentamente i risultati ottenuti da questa famigerata generazione.
Alla domanda 1 e 2 circa la metà dei ragazzi sotto i vent’anni intervistati non hanno saputo la risposta. Ma andiamo avanti, magari dovevano solo riscaldarsi un pò…
La terza domanda sembra effettivamente aver risvegliato il cervello dei nostri giovani, con una percentuale di successo dell’81%.
Le tre domande successive sono state un completo disastro, a discapito delle aspettative. Non si registrava un tale fiasco dalla mancata qualificazione ai mondiali.
Infatti, la risposta esatta riguardo agli spigoli del cubo ci è stata data solo dal 38%, la domanda del mattone dal 6% e quella del fondo monetario dal 25%.
Andiamo a vedere come se la sono cavata le altre fasce di età.

Domande matematica - Fascia 20 45 anni

Anche qui riscontriamo un andamento simile al precedente.
Da bravi italiani con le pizze ce la caviamo e ciò si può ben notare dalla domanda numero tre, con un successo del 93%.
La domanda più ostica resta invece la numero cinque, con una percentuale di successo del 21%.
Notiamo anche che in questa fascia le persone sono ancora confuse tra spigolo e vertice di un cubo.
Per finire, vediamo se quello che si sente dire in giro è vero, l’età sarà sinonimo di saggezza?

Domande matematica - Fascia più di  45 anni

Notiamo una netta superiorità nelle prime tre domande
Nonostante l’età, al nostro ultimo campione non serve il riscaldamento: successo immediato nel primo quesito, mantenuto con costanza anche in tutti i seguenti. L’unico punto di debolezza rispetto alla precedente generazione si riscontra nel quesito 2.
La numero cinque rispetta il trend confermato in precedenza, mentre si nota un miglioramento nell’ultima domanda.
Concludendo questa analisi dati, forse è il caso che i giovani a scuola si applichino maggiormente.

Come si può notare le ultime tre domande hanno creato maggior scompiglio. La numero quattro richiedeva effettivamente una competenza specifica: pochi sapevano cosa fosse uno spigolo ma una volta capito contarli è risultato semplice per tutti. Il quesito cinque ha avuto il minor successo: il metodo più rapido di risoluzione prevedeva di tradurre il problema con un’equazione, ma in molti non sono riusciti a coglierlo.
Per quanto riguarda il numero sei, la maggiore difficoltà stava nell’eseguire i calcoli correttamente.

Siete stati in grado di rispondere? Qui di seguito vi lasciamo le soluzioni, se doveste avere qualche dubbio non esitate a chiedere lasciando un commento.

soluzione domande matematica

Il Noncello: un fiume da scoprire

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Tutti noi alla scuola elementare abbiamo studiato in geografia i monti, i laghi, i fiumi e le città d’Italia. Questa conoscenza, a prescindere che sia durevole o meno, risulta approfondita solo a livello locale, con pochi cenni a livello regionale e, ancor meno, nazionale. L’importanza della città di Pordenone presuppone che ci siano molti lavoratori e studenti che ogni giorno giungono da territori distanti per raggiungere il loro luogo di lavoro; questi pendolari sono estranei alla città in quanto non conoscono il territorio e i suoi “segreti”. Uno di questi è il fiume Noncello, che scorre indisturbato accanto al centro storico e ci riserva lungo il suo corso molti luoghi di interesse non conosciuti che vi riportiamo in questo articolo.

La sorgente del fiume si trova ai bordi di una fetta geologica di terra impermeabile stimabile da Codroipo (UD) a Pordenone; nella zona a nord tra il borgo di Torre e Cordenons l’acqua trova le condizioni adatte a formare molteplici risorgive sparse in tutta la zona con contributo piovano e montano; trovandosi in un luogo fortemente urbanizzato, esse caratterizzano uno dei sistemi idraulici più complessi di tutto il triveneto. Perciò il fiume connette Cordenons, Pordenone e Porcia per poi immettersi dopo un percorso di 15 km nel Meduna nella zona di Rondover (Porcia).

Il nome Pordenone deriva dal latino “Portus Naonis” ovvero porto del Naone, antico nome del fiume, poiché già nell’antichità avevano compreso i numerosi vantaggi che comporta la vicinanza ad un fiume, come le attività di pesca ed il trasporto di merci, che dovevano essere sfruttati al meglio. Fu da questo presupposto che nacque la città. Proprio nel borgo residenziale di Torre sono presenti i resti di una Villa Romana scoperta dal Conte Giuseppe di Ragogna nel 1952. Questa villa è risalente al I secolo a.C., ma durante il II secolo d.C. subì una grossa alluvione, che fa pensare a un edificio originario più vasto con murature in mattoni e in ciottoli; il complesso fu abbandonato e ritornò attivo durante il tardo antico come ambiente per la lavorazione e conservazione di prodotti agricoli. Le pareti erano decorate con marmi orientali o con tessere in pasta vitrea e sono stati rinvenuti resti di una statua in marmo bianco di Carrara che sottolineano la ricchezza del proprietario.

Questi preziosi oggetti sono oggi conservati nel museo del Castello di Torre, una fortezza costruita vicino alle rive del fiume probabilmente nel XIII secolo e adibita a museo grazie alla concessione dello stesso Conte di Ragogna, proprietario e ultimo discendente di un’antica famiglia feudale. Assieme ai reperti della villa ci sono materiali risalenti dal primo periodo della Preistoria fino alla Romanizzazione e una collezione di ceramiche medievali e rinascimentali.

 

Avvicinandosi al centro città ha inizio il Parco Fluviale del Noncello, una dorsale di acqua e di verde con uno splendido e unico ambiente. È possibile accedervi attraverso il ponte di Adamo ed Eva e percorrendo un sentiero chiamato “delle Lavandaie” circondato da una vegetazione rigogliosa. Questo ponte risalente, nella sua versione attuale, al 1920, è così chiamato per le sue due statue che raffigurano Giove e Giunone; collega via Riviera del Pordenone che affianca il lato destro del fiume con viale delle Grazie. Una volta giunti sulla riva sinistra ci troveremo davanti alla Chiesa della Santissima Trinità, eretta nel XVI secolo, che ospita opere d’arte di diversi artisti.

vista del ponte di Adamo ed Eva
Stefania Boltin

Vista la rilevanza del fiume ci siamo chiesti quali fossero le sue peculiarità riguardanti la salvaguardia dell’ambiente e gli eventi culturali. Per questo motivo ci siamo rivolti a Stefania Boltin, assessore all’ambiente della città di Pordenone, e al geometra Christian Galasso, responsabile della difesa del suolo e membro della protezione civile.

Spiega l’assessore: “Il Noncello è una delle eccellenze del nostro territorio comunale ed extracomunale. Sappiamo che quando era nata nel 1968 la provincia c’è stata poi una costruzione selvaggia di palazzi e case perché doveva diventare Pordenone-provincia, però esso è rimasto marginale rispetto a tutto questo tipo di costruzione e quindi è stata mantenuta intatta la biodiversità del nostro fiume Noncello.” Sono infatti frequenti gli incontri con varie specie di animali come libellule, farfalle, gallinelle ed altri uccelli.

In queste settimane si stanno svolgendo dei lavori di pulizia lungo tutto il percorso del Noncello: “In linea di massima”-dice l’assessore-“è una pulizia da rovi e da piante che si sono già abbattute all’interno dell’alveo del fiume. Quindi non andiamo a disboscare zone particolari, non andiamo ad intaccare  le zone di nidificazione e quindi non faremo assolutamente alcun danno, ma sarà un intervento migliorativo a livello sia idrico che di difesa del suolo”. Questo intervento, oltre a non essere dannoso per la biodiversità, è necessario per evitare la formazione di avvallamenti causati dalle piante e problemi agli argini del fiume.

Nel fiume confluiscono anche le acque di uso comune: le acque nere (provenienti da bagni, lavabi, ecc.) vengono mandate nei depuratori in via Burida nella zona dietro le fiere e in via Savio a Vallenoncello, vengono depurate con un processo dove vengono utilizzati anche raggi UV, che inibiscono la proliferazione di batteri attraverso mutazioni del loro DNA, e vengono riversate nel fiume. Questo meccanismo è concepito in modo tale che, quando piove, le acque meteoriche non passino per i depuratori ma defluiscano direttamente nel Noncello. Tuttavia i sistemi ingegneristici volti al raccoglimento delle acque, consolidati da tempo, richiedono un rinnovamento in alcune zone a causa delle trasformazioni urbanistiche che li rendono inadeguati alla maggiore portata; questi interventi sono però molto complessi dal punto di vista strutturale ed economico in quanto comportano uno stravolgimento della viabilità e l’amministrazione comunale sta lavorando per risolvere questo problema.

Per quanto riguarda gli eventi volti alla valorizzazione del Noncello, come di consuetudine ci saranno delle discese gratuite in canoa nei sabato dei mesi estivi e, per coloro che non vogliono bagnarsi, con il “Pontoon Boat” ormeggiato vicino al Ponte di Adamo ed Eva: un’imbarcazione per trasporto di persone con un basso pescaggio, ovvero la parte immersa della barca, che quindi permette di navigare sui fondali del Noncello e conoscere tutte le particolarità del suo paesaggio naturale. La novità di quest’anno è la discesa della durata di ben due giorni di tutto il corso verso Venezia per vedere i fuochi del Redentore nel mese di Luglio.

I percorsi naturalistici in fase di sviluppo che interesseranno il Noncello sono due: il primo, partendo dal Ponte pedonabile di Via Rivierasca, percorre il Parco Fluviale sulla riva sinistra attraverso il sentiero delle Lavandaie (che verrà riqualificato) e si ricongiunge con Via Santissima che collega la chiesa omonima ed il ponte di Adamo ed Eva; il secondo congiunge con una passerella ciclo-pedonabile lo stesso ponte con via Pola attraverso via Codafora (la strada che costeggia il parcheggio Marcolin) sulla riva destra, per poi passare sotto il ponte della ferrovia ed arrivare al parco di via Reghena, dietro alle Fiere.

In conclusione, il Noncello presenta un ambiente unico con una serie di eventi imperdibili e l’amministrazione comunale ha molti progetti per valorizzarlo e porlo al centro della vita cittadina.

Tutti lo sanno ma nessuno ne parla: ecco la verità sul consumo di marijuana a Pordenone.

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E se vi dicessimo che più di un ragazzo su 4 ha consumato o consuma regolarmente marijuana? Probabilmente non ci credereste, eppure è proprio così: se avete un figlio di età compresa tra i 14 e i 19 anni la probabilità che abbia fatto uso di questa sostanza è tutt’altro che trascurabile, e se il figlio è maschio può superare il 70%.

Dal nostro sondaggio a riguardo, che ha coinvolto più di mille studenti da diverse scuole della provincia di Pordenone è emerso che più del 30% dei partecipanti ha fatto uso, almeno una volta, di marijuana e poco meno dell’8%  ne fa regolarmente uso. Questi valori sono molto vicini a quelli della media italiana, anche se pochi sono a conoscenza della grandezza del fenomeno.

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La matematica fa schifo, ma non nel Pi Day!

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In un mondo come il nostro, guidato dal progresso tecnologico e scientifico, la matematica è essenziale: questo dovremmo saperlo tutti. Eppure c’è chi ha ritenuto necessario istituire una giornata internazionale della matematica, il cosiddetto “Pi Day”, forse perché si tende a ricordarne troppo poco l’importanza o semplicemente perché qualche matematico aveva voglia di festeggiare.

Per parlare dell’importanza della matematica abbiamo intervistato Germano Pettarin, autore del libro per ragazzi “La matematica fa schifo!” e docente di matematica:

Il “Pi Day” è una ricorrenza annuale in cui docenti, studenti ed appassionati di matematica da tutto il mondo si ritrovano per celebrare il Pi Greco insieme all’intera disciplina. Fu festeggiato per la prima volta il 14 marzo (che negli Stati Uniti si scriverebbe come 3/14) del 1988 al San Francisco Exploratorium in un evento organizzato dal fisico Larry Shaw, che decise di celebrare la costante delle circonferenze… camminando in cerchio con lo staff e alcuni studenti e mangiando torte rotonde.

Questo è ancora oggi il modo più diffuso per celebrare il Pi Day;  Pi infatti in inglese si pronuncia come “Pie”, che significa, appunto, torta. L’obbiettivo della festività è soprattutto quello di ricordare come la matematica non debba sempre essere quel mostro di cui molti hanno paura a scuola, e che possa essere affrontata anche attraverso iniziative divertenti ed innovative.

Nelle scuole e nelle università di tutto il mondo si festeggia il Pi Day con diversi eventi pubblici come giochi, proiezioni cinematografiche, conferenze, tornei e gare per favorire un approccio coinvolgente alla matematica e alle scienze in generale; spesso si tiene una competizione mnemonica per vedere chi riesce a ricordare più cifre decimali della famosa costante: per entrare nel club australiano “Amici del Pi Greco”, ad esempio, è necessario ricordare almeno 100 cifre, ma il record appartiene ad un giovane cinese di 24 anni, Lu Chao, che ha recitato a memoria 67.890 cifre in 24 ore e 4 minuti, primato che è stato riconosciuto dal Guinness World Records.
Dal 2017, inoltre, il Pi Day viene festeggiato anche dal Ministero dell’Istruzione italiano: il Miur ha organizzato per la prima volta un’iniziativa simile a quella statunitense, con sfide e quiz matematici aperti agli studenti delle scuole di ogni grado. Cento studenti si sono sfidati direttamente nella sede del ministero, mentre gli alunni di altre scuole hanno partecipato online.
Altri decidono di giocare con la sottile barriera che a volte separa rigore, caos ed arte, creando esperimenti bizzarri come quello di avoision.com, che con il progetto Pi10K riproduce ogni cifra di questa costante in una nota, in modo da trasformare la matematica in musica.

Insomma, che vi piacciano o meno le torte, la musica, leggere o più semplicemente camminare in compagnia, l’importante è ricordare che anche la più razionale delle scienze può e dovrebbe, almeno ogni tanto, essere tratta con leggerezza e divertimento.
Noi de “L’intervallo” vi auguriamo un buon Pi Day, ricco di sorprese e intrattenimento, e vi diamo appuntamento al prossimo evento matematico, il Pi approximation Day, che verrà celebrato il 22 luglio (22/7=3.14…).

Ecosostenibilità: Pordenone come Friburgo?

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Negli ultimi anni il tema dell’ecosostenibilità ha assunto sempre più un’importanza centrale nella vita di tutti i giorni. Ci siamo resi conto che per tanti, troppi anni, ci siamo evoluti inquinando: eravamo  troppo concentrati a pensare alla bellezza delle innovazioni, all’utilità e al benessere che da esse poteva derivare, però senza ragionare sui possibili rischi che un’industrializzazione così massiva avrebbe potuto comportare.
In questi ultimi anni in sempre di più ci si sta rendendoconto che le cose vanno cambiate, che abbiamo consumato troppo il pianeta senza pensare anche al suo benessere. Sono moltissime,  ne stanno sempre più nascendo di nuove, le associazioni a livello mondiale che si stanno impegnando nell’ambito dell’ecosostenibilità.
Un altro esempio di eco sostenibilità lo troviamo in Germania, ma forse non tutti lo conoscono: si tratta di Friburgo, la città ecosostenibile per eccellenza. Friburgo è una città di 230 mila abitanti circa, situata nella regione sud-occidentale del Baden-Wuttemberg. Durante la seconda guerra mondiale fu quasi totalmente distrutta.

Friburgo, Vauban

Quando fu ricostruita si attivò lo spirito ecologista dei suoi abitanti, che assieme all’amministrazione diedero vita alla città che vediamo adesso. Nel 1973 fu proposto di costruire una centrale nucleare vicino alla città, ma i cittadini si opposero. Per soddisfare il fabbisogno energetico si virò allora sulle energie rinnovabili: in un primo momento, negli anni ’80 la città si concentrò esclusivamente su energia alternativa, mentre poi, dagli anni ’90, entrò in gioco anche il tema della sostenibilità. A dimostrazione di ciò, Friburgo ha diminuito le emissioni nocive del 14% dal 1992 e si pone l’obbiettivo di ridurle del 40% entro il 2030.
La città che oggi vediamo ha saputo rifarsi il volto con 2 grandi quartieri completamente ecostenibili, Vauban e Rieselfeld, ma anche con la riqualificazione di altri quartieri più vecchi, come Weingarten.
Gli elementi ecosostenibili più importanti su cui si basa la città sono sicuramente il solare ed il fotovoltaico, ma non dimentichiamoci dell’idroelettrico. La città ha infatti saputo riadattare delle piccole vecchie centrali idroelettriche lungo il fiume Dreisen per renderle produttrici di energia pulita. Sempre riguardo al fiume è importante far notare l’impegno della città nel mantenere il più naturale possibile l’ambiente che la circonda: il letto del fiume è infatti stato riportato pressoché quello originale, dopo che in passato era stato incanalato.
L’ecosostenibilità non riguarda però solo la produzione di energia pulita, ma anche il movimento delle persone e i trasporti. A Friburgo tutti i trasporti pubblici sono elettrici (tram, corriere) e sono tutti collegati in modo efficiente tra loro (anche con la stazione principale dei treni), ed inoltre è incentivato l’utilizzo della bicicletta, che in questa città ha quasi sostituito la macchina del cittadino medio.

QUARTIERE VAUBAN
Il progetto nasce nel 1996 con il Project Group Vauban, coinvolgendo anche i cittadini (aspetto fondamentale della politica di Friburgo), e viene terminato nel 2009. Si estende su 38 ettari: in origina era una caserma francese (in quanto ci troviamo vicino al confine con la Francia) e adesso è costituito di 2000 appartamenti in gradi di ospitare 5000 abitanti.

Friburgo, Vauban

Tutto il quartiere è dotato di elevati standard di riduzione dei consumi ed un alto numero di abitazioni sono case passive, che producono più energia pulita di quanta ne necessitino. Il riscaldamento degli edifici è un altro tema fondamentale nella progettazione di Vauban: un impianto di cogenerazione alimentato da biomasse e gas naturale è agganciato alla rete del riscaldamento. Anche l’utilizzo di acqua piovana è ottimizzato, infatti questa viene utilizzata nelle case e per irrigare la terra del terreno.
Le aree verdi sono una colonna portante di Vauban: infatti tra gli edifici troviamo molti parchi di pubblico utilizzo. Non solo questi però sono spazi aperti al pubblico. In Vauban è infatti stato rivisto il concetto di strada: non più esclusivamente uno spazio di passaggio per le automobili (ridotte il più possibile in favore dei mezzi pubblici ecologici), ma uno spazio della società, in cui per esempio possono giocare i bambini.

QUARTIERE RIESELFELD
È il quartiere più grande della citta con i suoi 320 ettari, di cui però solo 70 edificati: gli altri infatti sono lasciati alla riserva naturale di Freiburger Rieselfeld.
L’area è stata risanata con un’attenta bonifica del terreno negli anni ’90. La particolarità di questo quartiere sta nell’orientamento degli edifici e le distanze minime imposte tra i fabbricati, tutti rigorosamente a basso consumo energetico

Friburgo, palestra di Rieselfeld

Tra di essi, come a Vauban, si trovano numerosi parchi e aree verdi, che si ricollegano al verde che avvolge le vie principali.
L’acqua piovana è recuperata similmente a Vauban. Come in tutta la città è stato dato un particolare peso ai mezzi pubblici (importante è la linea tramviaria), con cui si può raggiungere gran parte delle zone del quartiere. Tutto questo sempre con il fine di ridurre l’utilizzo delle automobili.

QUARTIERE WIENGARTEN
Questo quartiere non è stato costruito completamente da zero in quanto ad eco sostenibilità, ma è stato oggetto di riqualificazione. In particolare esso possiede molti condomini costruiti negli anni 60/70 quindi non conformi agli standard qualitativi richiesti oggi. Questi fabbricati sono stati quindi completamente ristrutturati adottando pannelli solari ed altre caratteristiche ecosostenibili. Una particolarità di queste ristrutturazioni è sicuramente il fatto di aver staccato le terrazze dalla struttura principale, per evitare di avere inutili perdite di calore dovute alla propagazione.

COSA SI POTREBBE FARE A PORDENONE?
Arriviamo adesso al dunque: può una città come Pordenone, nel suo piccolo, seguire la strada ecologica aperta da Friburgo? Secondo noi si, anche se ovviamente in dimensioni minori. Pordenone è un polo di eccellenza: qui ha sede Clairy, una startup che ha inventato un vaso purificatore d’aria diffuso in tutto il mondo.
Inoltre, in città ci sono innumerevoli zone utili ad essere riqualificate dal punto di vista ecologico. La prima cosa che magari può venire in mente è la ristrutturazione dei vecchi condomini costruiti attorno agli anni 70, che sarebbe già una gran cosa. Certamente questo si riconduce ad un problema burocratico (siamo in Italia d’altronde), ma non solo. Noi crediamo che il problema principale qua sia la mentalità delle persone, che a differenza dei tedeschi, faticano a vedere l’utilità di un progetto simile. Quindi per prima cosa si dovrebbe studiare bene la proposta da porre ai cittadini. Però sicuramente poter per esempio installare pannelli fotovoltaici e solari sui tetti degli edifici sarebbe utile alla città intera (in primis l’edificio che ospita il liceo Grigoletti potrebbe essere frutto di questo tipo di installazioni).
Il territorio di Pordenone poi, come sappiamo, è ricco di acqua.

Clairy: purificatore d’aria naturale

Anche in questo caso si potrebbe scopiazzare Friburgo, innestando piccole centraline idroelettriche lungo il corso del Noncello per produrre energia pulita. A parere nostro proprio il Noncello dovrebbe essere il fulcro di questa possibile riqualificazione ecologica di Pordenone. Si potrebbe infatti agire lungo gli argini (cosa in parte già fatta), per renderli completamente fruibili al pubblico, e la zona dell’ex cotonifico, bonificandola (sicuramente una bella ipotesi sarebbe quella di ristrutturalo come archeologia industriale, ma nel qual caso non convenisse un intervento del genere si potrebbe demolirlo e sostituirlo con un ipotetico parco naturale).
Pordenone è una città di medie e piccole dimensioni, e proprio per questo potrebbe non essere impossibile (non diciamo che sia facile) riorganizzarla seguendo un modello come quello di Friburgo, potendo diventare a sua volta essa stessa un modello da seguire per altre città italiane. Ma ricordiamo, è prima di tutto fondamentale convincere i cittadini della validità di un possibile progetto di riqualificazione ecologica della loro città, ma soprattutto motivarli a puntare sull’ecosostenibilità, che è il futuro!
Un primo piccolo grande traguardo arriverebbe già se una o due delle persone che leggono questo semplice articolo iniziassero a ragionare in maniera ecologica e sostenibile!

CRO: come si insegna ai ragazzi affetti da tumore?

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CRO Pordenone

Alle volte l’insegnamento è, purtroppo, dato per scontato. Per ricordarci della sua importanza abbiamo intervistato la prof.ssa Laura Cimetta del liceo Michelangelo Grigoletti, insegnante e volontaria del progetto “Scuola in Ospedale” gestito dal CRO.

Già altre volte il CRO (Centro di Riferimento Oncologico) di Aviano è stato protagonista dei nostri articoli, in questo volevamo soffermarci nel suo progetto scuola. Il progetto nasce nel 2008 grazie al dr. Maurizio Mascarin e ha lo scopo di aiutare i pazienti più giovani a proseguire nei loro studi, anche se lontani dal classico banco di scuola.

Ingegneria ambientale: ecco perché considerarla nella scelta dell’università

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L’ingegneria è una disciplina che applica conoscenze e risultanti forniti dalle scienze come fisica, matematica e chimica, e fornisce risposte tecnologiche alle diverse necessità e alle più varie problematiche. Per questa ragione è un campo di studi molto vasto e articolato, così come vasti e articolati sono anche i suoi indirizzi di studio.

I più conosciuti e ambiti sono con grande probabilità quelli di ingegneria meccanica, edile e informatica. Potrebbero invece essere sfuggiti all’attenzione di un giovane studente nell’atto di valutare un possibile proseguimento di studi universitari alcune facoltà meno conosciute, ma altrettanto importanti e di interesse come quella di ingegneria ambientale.

A questo proposito abbiamo intervistato un esperto del settore: l’ingegner Lorenzo Franchi.

Lorenzo Franchi.

Innanzitutto ci parli di lei, quale percorso di studi ha intrapreso e per quale motivo?

Il mio percorso di studi è iniziato con il liceo classico, più precisamente il liceo classico Don Bosco, dove ho studiato all’interno di un progetto sperimentale nel quale l’ideatore si prefiggeva di integrare, all’interno di un liceo classico, le discipline tipiche di un liceo scientifico. Erano previste, perciò, un importante numero di ore di materie scientifiche, che mi permisero di mettere il naso in questioni di matematica, fisica e, in particolare, chimica che avrei poi ritrovato nell’ambito dell’ingegneria ambientale.

Nella scelta dell’università ho deciso per esclusione: avendo liquidato dal principio medicina e giurisprudenza(che, però, dovetti riaffrontare nella mia carriera lavorativa), i genitori mi spinsero a scegliere ingegneria.

Mi iscrissi perciò a ingegneria gestionale al Politecnico di Milano. Qui i primi due anni sono essenzialmente un ripasso di tutto ciò che è stato fatto al liceo, solo in modo molto più approfondito. Dal punto di vista della difficoltà, invece, per tutte le università, ma in particolare al Politecnico di Milano, i primi due anni sono micidiali: si parte circa in 300 e si arriva a fine corso mediamente in 20.

Decisi di cambiare indirizzo universitario, quando, girovagando per la biblioteca universitaria, trovai un libro(una rivista semestrale di settore) intitolato “Ingegneria ambientale” che mi suscitò grande interesse. L’articolo principale era dedicato alla depurazione dei laghi, questi considerati come sistemi dinamici nel quale erano presenti una serie di inquinanti. I laghi, poiché, differenti da fiumi e mari dal punto di vista dell’idrodinamica fluviale, necessitavano di una modalità di approccio al problema completamente diversa da tutti gli altri sistemi. Lessi l’articolo con grande interesse e da li decisi di cambiare indirizzo e passare a ingegneria ambientale(sempre all’interno del Politecnico di Milano).

Gli esami che caratterizzano questo tipo di ingegneria, ad eccezione dei primi 2/3 anni identici per tutti gli indirizzi, sono specifici a seconda del settore di intervento, per esempio: bonifica dei siti inquinati per quanto riguarda l’elemento terra, oppure il trattamento degli affluenti gassosi per l’elemento aria. Per quanto riguarda l’acqua erano previsti due esami su trattamento acque di approvvigionamento e trattamento acque di rifiuto. Infine gestione degli inceneritori per quanto riguarda il fuoco. Quattro elementi per un totale di 30 esami circa, di cui 4 particolari per delineare la propria specializzazione.

In cosa consiste pertanto, l’ingegneria ambientale? E di che cosa si occupa l’ingegnere?

Si può dire che l’ingegneria ambientale, e di conseguenza l’ingegnere, si occupa di tutte le modalità che servono a trattare rifiuti e disinquinare acque e aria, ovvero fare in modo che tutti gli elementi che sono entrati in un processo produttivo possano ritornare in natura in uno stato il più possibile simile a quello con cui sono entrati. Tutto ciò, dal momento che un’area si può dire inquinata, qualora presenti concentrazione di sostanze diverse dall’inizio. Essenzialmente anche un’acqua zuccherata si può definire inquinata, ed è compito dell’ingegnere trovare un metodo, il più efficace possibile, per rimuovere lo zucchero.

Quali sono state le sue principali esperienze lavorative come ingegnere ambientale?

Il mio primo impiego è stato in un impianto di trattamento di rifiuti industriali(pericolosi e non) a San Vito al Tagliamento. Qui, avevo il compito di trarre, dai rifiuti industriali, dei prodotti da mettere in vendita sul mercato come cartone, plastica, ferro ecc… avendo a disposizione una serie di macchinari che consentivano la selezione manuale e meccanica dei rifiuti. In generale,un ingegnere ambientale che lavora presso un’azienda strutturata, deve occuparsi anche di qualità e sicurezza. La sicurezza divenne poi il mio incarico principale nei lavori successivi.

Ho lavorato poi in uno studio di consulenza che si occupava sostanzialmente di sicurezza e medicina del lavoro, al cui interno ho apportato anche l’aspetto della consulenza in ambito ambientale, rendendolo ancora più forte nel proporsi.

Con un concorso alla provincia di Udine sono poi entrato nell’amministrazione pubblica con la possibilità di creare da zero un ufficio che si occupasse delle autorizzazioni alle emissioni in atmosfera delle aziende.

Di cosa si occupa attualmente?

Attualmente lavoro all’interno dell’amministrazione regionale, qui mi occupo di realizzare opere di ingegneria naturalistica e idraulico forestali in montagna, oltre alla salute e sicurezza come responsabile dei 200 operai che realizzano queste opere, sono perciò entrato nella branca dell’ingegneria ambientale dedicata al rischio idrogeologico”.

Consiglia a uno studente il percorso universitario da lei intrapreso, in particolare la scelta della facoltà di ingegneria ambientale?

Se a uno studente interessa l’ingegneria o ha voglia di immaginare qualcosa di nuovo dal punto di vista tecnologico, l’ingegneria fornisce un’ottima occasione per farlo, dal momento che permette di comprendere qual è lo “stato dell’arte”, ovvero le tecniche e la tecnologia disponibile in un determinato settore, e da li fare un passo avanti.

Dal punto di vista lavorativo, l’ingegneria ambientale può dare un sacco di prospettive lavorative, oltretutto si può dire che qualità, sicurezza e ambiente, di cui ho parlato prima, stanno diventando elementi sempre più preponderanti nell’attività di un azienda ben strutturata e non possono più essere affidati a una sola persona, come nei primi anni della mia carriera.

C’è un ultimo consiglio che vorrebbe dare ai nostri giovani lettori?

Si, non temete se non siete sicuri del percorso di studi universitari che volete intraprendere, ci sarà praticamente sempre, nei primi tre anni, la possibilità di cambiare indirizzo. In questo gli esami sono di estrema utilità: man mano che gli affronterete capirete cos’è più adatto a voi.

Ritengo molto produttivo anche svolgere, quando avete occasione, questo esperimento: chiudete gli occhi e provate a immaginarvi nel futuro, immedesimati in ciascuna delle varie professioni che vi suscitano interesse e, prestando attenzione alle vostre reazioni, avrete un idea più chiara di ciò che vi interessa davvero.

 

 

Intervista: cosa significa essere medico oggi?

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È difficile realizzare  un desiderio senza possedere le conoscenze necessarie, specialmente per i giovani che oggi devono decidere la strada da intraprendere per il loro futuro.

Per questo L’intervallo ha intervistato Massimiliano Berretta, medico oncologo presso il dipartimento di oncologia clinica dell’Istituto Nazionale Tumori di Aviano, che sarà utile per comprendere cosa significa essere medico al giorno d’oggi.

Il CRO (Centro di Riferimento Oncologico) è un Istituto di Ricovero e Cura a carattere scientifico specializzato in oncologia. La struttura, che ha sede ad Aviano in provincia di Pordenone, persegue standard d’eccellenza nella ricerca in campo biomedico, nell’innovazione dei modelli di assistenza e nelle prestazioni sanitarie di alto livello garantite.

Il dottore illustra in cosa consista la sua professione ed il complesso percorso di studi che ha intrapreso, durato circa dodici anni; spiega perché la provincia di Pordenone, assieme alla regione, è un importante polo della ricerca scientifica in ambito medico di rilevanza nazionale. Senza dimenticare l’importanza di un corretto stile di vita per prevenire e ridurre l’incidenza di alcune malattie.

Guardando a ragazze e ragazzi che si avviano al diploma e alla scelta dell’università, il dottor Berretta dà alcuni preziosi consigli a chi vuole intraprendere la strada per diventare medico.

L’ospedale del CRO

 

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