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Tecnologia

Un futuro ad alta velocità, la fibra ottica

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Uno dei progetti nazionali più interessanti e più innovativi che si sta sviluppando sul territorio Pordenonese è sicuramente quello riguardante la fibra ottica, diffusa già a partire dal 1997 in Italia.Per chi non lo sapesse si tratta di diverse tipologie di materiali vetrosi o polimerici, realizzati in modo tale da poter condurre al loro interno la luce per poterne sfruttare l’enorme velocità. In generale vengono adibiti nel settore delle telecomunicazioni, dove, tra l’altro, trovano importanti risultati grazie alla grande portata di trasmissione. Disponibili sotto forma di cavi, inoltre, sono flessibili ed immuni sia a disturbi elettrici che alle più estreme condizioni atmosferiche.

Nello specifico abbiamo esaminato la presenza e la qualità di questa forma di comunicazione in tutta la zona di Pordenone interagendo con paesi come Barcis, Maniago ed Aviano. Emerge chiaramente come sia un progetto che si sta sviluppando lentamente poiché l’installazione spesso risulta difficoltosa a causa degli scavi, in ambienti che quindi risultano meno accessibili e nei quali c’è una scarsa richiesta. La fibra è presente in tutti i municipi comunali nei paesi che si trovano a sud di Erto e viene utilizzata soprattutto in ambito lavorativo dove sono necessarie maggiori prestazioni mentre viene statisticamente a trovarsi meno nelle abitazioni private. Si tratta di un settore economico in via di sviluppo che, come confermato dalle interviste, garantisce indubitabilmente una migliore efficienza rispetto alla normale ADSL anche per quanto riguarda i costi i quali appaiono nettamente competitivi. Questi cavi sono stati adottati in un primo momento dallaregione Friuli Venezia Giulia mentre successivamente si sono susseguiti degli accordi tra i comuni di maggiore importanza ed il Ministero dello Sviluppo Economico attraverso il quale le compagnie più rilevanti hanno potuto estendere la banda larga anche ad enti privati. In questo momento però la nostra provincia si trova in una fase ulteriore, nella quale si sta già installando una banda ultralarga che garantirebbeuna velocità molto superiore.

In paesi come Barcis, però, la fibra ottica può essere ritrovata esclusivamente nelle istituzioni, dove per altro non risulta particolarmente incisiva poiché vi è un’arretratezza dal punto di vista tecnologico dei software che non riescono a sintetizzare correttamente i dati trasmessi. Inoltre le compagnie che mettono sul mercato tale metodo di comunicazione hanno confermato come la potenza del segnale dipenda in modo considerevole dalla distanza che si detiene da un centralino che provvede a smistare i segnali nella zona circostante. Nell’ambiente pedemontano invece i cavi raggiungono gran parte del suolo abitato contribuendo in modo fondamentale a migliorare la velocità sia di download che di upload.

Abbiamo raccolto diversi pareri in modo da comprendere meglio quanto le persone siano realmente informate di tale realtà e in che modo viene adottata.

Il cellulare a scuola: la voce degli studenti

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Dato il grande interesse riscontrato con il precedente articolo (che si può trovare qui) è stato deciso di approfondire l’argomento con l’aiuto degli studenti del liceo M. Grigoletti.

E’ stato quindi richiesto ai liceali di compilare un semplice questionario riguardo l’uso dei telefoni: sono ben 703 le risposte ottenute!

La prima domanda riguarda i modelli più diffusi tra i ragazzi: come si può immaginare i brand più quotati, Apple e Samsung, si confermano i leader del mercato, rispettivamente con il 40% e il 24%, tuttavia anche Huawei ha acquistato notevole popolarità, arrivando ben al 22%.

Successivamente è stato richiesto a che età gli studenti hanno ricevuto il loro primo celullare. Come prevedibile, i risultati affermano che la fascia di età predominante è sicuramente quella che va dai 12 ai 14 anni, mentre sorprende il fatto che più del 30% lo abbia ricevuto prima dei 12 anni.

Domanda focale del sondaggio è stata quella relativa all’utilizzo del telefono durante l’orario scolastico: ben il 75,4% dei ragazzi ha risposto di sì.

Nonostante le normative scolastiche stiano cercando un compromesso che non metta in secondo piano l’insegnamento tradizionale, come riportato nel precente articolo, dei 536 ragazzi che affermano di utlizzarlo a scuola, solo il 28% lo utilizza per attività inerenti alle lezioni. Il resto degli studenti, invece, ammette di usufruire di dispositivi elettronici, in particolare i telefoni, per semplice svago, essendo facili da nascondere e permettendo numerosi utilizzi.

La domanda allora sorge spontanea: “I professori sono consapevoli del fatto che gli studenti non rispettino le regole?”. La maggior parte sì, ma non tutti decidono di intervenire, preferendo continuare la lezione purchè essa non venga disturbata. Altri provvedono invece al sequestro del mezzo, seguendo le norme indicate nel regolamento di istituto.

Cercando di fare chiarezza è stata indagata la frequenza di utilizzo durante le lezioni. Si può riscontrare un eccessivo impiego ogni ora, che può causare grossi deficit di attenzione.

Riguardo l’argomento, la redazione de L’Intervallo ritiene che i professori più flessibili debbano essere più severi sull’applicazione del regolamento d’istituto: noi ragazzi siamo abbastanza grandi per decidere se seguire la lezione o meno, ma ciò non giustifica ovviamente il fatto che è possibile trasgredire l’argomento. Questo non sarebbe utile al solo proseguimento pacifico delle lezioni, ma anche un insegnamento morale in quanto in tal modo i ragazzi apprenderebbero l’importanza dell’applicazione delle regole e della legge in generale.

 

Ecosostenibilità: Pordenone come Friburgo?

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Negli ultimi anni il tema dell’ecosostenibilità ha assunto sempre più un’importanza centrale nella vita di tutti i giorni. Ci siamo resi conto che per tanti, troppi anni, ci siamo evoluti inquinando: eravamo  troppo concentrati a pensare alla bellezza delle innovazioni, all’utilità e al benessere che da esse poteva derivare, però senza ragionare sui possibili rischi che un’industrializzazione così massiva avrebbe potuto comportare.
In questi ultimi anni in sempre di più ci si sta rendendoconto che le cose vanno cambiate, che abbiamo consumato troppo il pianeta senza pensare anche al suo benessere. Sono moltissime,  ne stanno sempre più nascendo di nuove, le associazioni a livello mondiale che si stanno impegnando nell’ambito dell’ecosostenibilità.
Un altro esempio di eco sostenibilità lo troviamo in Germania, ma forse non tutti lo conoscono: si tratta di Friburgo, la città ecosostenibile per eccellenza. Friburgo è una città di 230 mila abitanti circa, situata nella regione sud-occidentale del Baden-Wuttemberg. Durante la seconda guerra mondiale fu quasi totalmente distrutta.

Friburgo, Vauban

Quando fu ricostruita si attivò lo spirito ecologista dei suoi abitanti, che assieme all’amministrazione diedero vita alla città che vediamo adesso. Nel 1973 fu proposto di costruire una centrale nucleare vicino alla città, ma i cittadini si opposero. Per soddisfare il fabbisogno energetico si virò allora sulle energie rinnovabili: in un primo momento, negli anni ’80 la città si concentrò esclusivamente su energia alternativa, mentre poi, dagli anni ’90, entrò in gioco anche il tema della sostenibilità. A dimostrazione di ciò, Friburgo ha diminuito le emissioni nocive del 14% dal 1992 e si pone l’obbiettivo di ridurle del 40% entro il 2030.
La città che oggi vediamo ha saputo rifarsi il volto con 2 grandi quartieri completamente ecostenibili, Vauban e Rieselfeld, ma anche con la riqualificazione di altri quartieri più vecchi, come Weingarten.
Gli elementi ecosostenibili più importanti su cui si basa la città sono sicuramente il solare ed il fotovoltaico, ma non dimentichiamoci dell’idroelettrico. La città ha infatti saputo riadattare delle piccole vecchie centrali idroelettriche lungo il fiume Dreisen per renderle produttrici di energia pulita. Sempre riguardo al fiume è importante far notare l’impegno della città nel mantenere il più naturale possibile l’ambiente che la circonda: il letto del fiume è infatti stato riportato pressoché quello originale, dopo che in passato era stato incanalato.
L’ecosostenibilità non riguarda però solo la produzione di energia pulita, ma anche il movimento delle persone e i trasporti. A Friburgo tutti i trasporti pubblici sono elettrici (tram, corriere) e sono tutti collegati in modo efficiente tra loro (anche con la stazione principale dei treni), ed inoltre è incentivato l’utilizzo della bicicletta, che in questa città ha quasi sostituito la macchina del cittadino medio.

QUARTIERE VAUBAN
Il progetto nasce nel 1996 con il Project Group Vauban, coinvolgendo anche i cittadini (aspetto fondamentale della politica di Friburgo), e viene terminato nel 2009. Si estende su 38 ettari: in origina era una caserma francese (in quanto ci troviamo vicino al confine con la Francia) e adesso è costituito di 2000 appartamenti in gradi di ospitare 5000 abitanti.

Friburgo, Vauban

Tutto il quartiere è dotato di elevati standard di riduzione dei consumi ed un alto numero di abitazioni sono case passive, che producono più energia pulita di quanta ne necessitino. Il riscaldamento degli edifici è un altro tema fondamentale nella progettazione di Vauban: un impianto di cogenerazione alimentato da biomasse e gas naturale è agganciato alla rete del riscaldamento. Anche l’utilizzo di acqua piovana è ottimizzato, infatti questa viene utilizzata nelle case e per irrigare la terra del terreno.
Le aree verdi sono una colonna portante di Vauban: infatti tra gli edifici troviamo molti parchi di pubblico utilizzo. Non solo questi però sono spazi aperti al pubblico. In Vauban è infatti stato rivisto il concetto di strada: non più esclusivamente uno spazio di passaggio per le automobili (ridotte il più possibile in favore dei mezzi pubblici ecologici), ma uno spazio della società, in cui per esempio possono giocare i bambini.

QUARTIERE RIESELFELD
È il quartiere più grande della citta con i suoi 320 ettari, di cui però solo 70 edificati: gli altri infatti sono lasciati alla riserva naturale di Freiburger Rieselfeld.
L’area è stata risanata con un’attenta bonifica del terreno negli anni ’90. La particolarità di questo quartiere sta nell’orientamento degli edifici e le distanze minime imposte tra i fabbricati, tutti rigorosamente a basso consumo energetico

Friburgo, palestra di Rieselfeld

Tra di essi, come a Vauban, si trovano numerosi parchi e aree verdi, che si ricollegano al verde che avvolge le vie principali.
L’acqua piovana è recuperata similmente a Vauban. Come in tutta la città è stato dato un particolare peso ai mezzi pubblici (importante è la linea tramviaria), con cui si può raggiungere gran parte delle zone del quartiere. Tutto questo sempre con il fine di ridurre l’utilizzo delle automobili.

QUARTIERE WIENGARTEN
Questo quartiere non è stato costruito completamente da zero in quanto ad eco sostenibilità, ma è stato oggetto di riqualificazione. In particolare esso possiede molti condomini costruiti negli anni 60/70 quindi non conformi agli standard qualitativi richiesti oggi. Questi fabbricati sono stati quindi completamente ristrutturati adottando pannelli solari ed altre caratteristiche ecosostenibili. Una particolarità di queste ristrutturazioni è sicuramente il fatto di aver staccato le terrazze dalla struttura principale, per evitare di avere inutili perdite di calore dovute alla propagazione.

COSA SI POTREBBE FARE A PORDENONE?
Arriviamo adesso al dunque: può una città come Pordenone, nel suo piccolo, seguire la strada ecologica aperta da Friburgo? Secondo noi si, anche se ovviamente in dimensioni minori. Pordenone è un polo di eccellenza: qui ha sede Clairy, una startup che ha inventato un vaso purificatore d’aria diffuso in tutto il mondo.
Inoltre, in città ci sono innumerevoli zone utili ad essere riqualificate dal punto di vista ecologico. La prima cosa che magari può venire in mente è la ristrutturazione dei vecchi condomini costruiti attorno agli anni 70, che sarebbe già una gran cosa. Certamente questo si riconduce ad un problema burocratico (siamo in Italia d’altronde), ma non solo. Noi crediamo che il problema principale qua sia la mentalità delle persone, che a differenza dei tedeschi, faticano a vedere l’utilità di un progetto simile. Quindi per prima cosa si dovrebbe studiare bene la proposta da porre ai cittadini. Però sicuramente poter per esempio installare pannelli fotovoltaici e solari sui tetti degli edifici sarebbe utile alla città intera (in primis l’edificio che ospita il liceo Grigoletti potrebbe essere frutto di questo tipo di installazioni).
Il territorio di Pordenone poi, come sappiamo, è ricco di acqua.

Clairy: purificatore d’aria naturale

Anche in questo caso si potrebbe scopiazzare Friburgo, innestando piccole centraline idroelettriche lungo il corso del Noncello per produrre energia pulita. A parere nostro proprio il Noncello dovrebbe essere il fulcro di questa possibile riqualificazione ecologica di Pordenone. Si potrebbe infatti agire lungo gli argini (cosa in parte già fatta), per renderli completamente fruibili al pubblico, e la zona dell’ex cotonifico, bonificandola (sicuramente una bella ipotesi sarebbe quella di ristrutturalo come archeologia industriale, ma nel qual caso non convenisse un intervento del genere si potrebbe demolirlo e sostituirlo con un ipotetico parco naturale).
Pordenone è una città di medie e piccole dimensioni, e proprio per questo potrebbe non essere impossibile (non diciamo che sia facile) riorganizzarla seguendo un modello come quello di Friburgo, potendo diventare a sua volta essa stessa un modello da seguire per altre città italiane. Ma ricordiamo, è prima di tutto fondamentale convincere i cittadini della validità di un possibile progetto di riqualificazione ecologica della loro città, ma soprattutto motivarli a puntare sull’ecosostenibilità, che è il futuro!
Un primo piccolo grande traguardo arriverebbe già se una o due delle persone che leggono questo semplice articolo iniziassero a ragionare in maniera ecologica e sostenibile!

Ingegneria ambientale: ecco perché considerarla nella scelta dell’università

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L’ingegneria è una disciplina che applica conoscenze e risultanti forniti dalle scienze come fisica, matematica e chimica, e fornisce risposte tecnologiche alle diverse necessità e alle più varie problematiche. Per questa ragione è un campo di studi molto vasto e articolato, così come vasti e articolati sono anche i suoi indirizzi di studio.

I più conosciuti e ambiti sono con grande probabilità quelli di ingegneria meccanica, edile e informatica. Potrebbero invece essere sfuggiti all’attenzione di un giovane studente nell’atto di valutare un possibile proseguimento di studi universitari alcune facoltà meno conosciute, ma altrettanto importanti e di interesse come quella di ingegneria ambientale.

A questo proposito abbiamo intervistato un esperto del settore: l’ingegner Lorenzo Franchi.

Lorenzo Franchi.

Innanzitutto ci parli di lei, quale percorso di studi ha intrapreso e per quale motivo?

Il mio percorso di studi è iniziato con il liceo classico, più precisamente il liceo classico Don Bosco, dove ho studiato all’interno di un progetto sperimentale nel quale l’ideatore si prefiggeva di integrare, all’interno di un liceo classico, le discipline tipiche di un liceo scientifico. Erano previste, perciò, un importante numero di ore di materie scientifiche, che mi permisero di mettere il naso in questioni di matematica, fisica e, in particolare, chimica che avrei poi ritrovato nell’ambito dell’ingegneria ambientale.

Nella scelta dell’università ho deciso per esclusione: avendo liquidato dal principio medicina e giurisprudenza(che, però, dovetti riaffrontare nella mia carriera lavorativa), i genitori mi spinsero a scegliere ingegneria.

Mi iscrissi perciò a ingegneria gestionale al Politecnico di Milano. Qui i primi due anni sono essenzialmente un ripasso di tutto ciò che è stato fatto al liceo, solo in modo molto più approfondito. Dal punto di vista della difficoltà, invece, per tutte le università, ma in particolare al Politecnico di Milano, i primi due anni sono micidiali: si parte circa in 300 e si arriva a fine corso mediamente in 20.

Decisi di cambiare indirizzo universitario, quando, girovagando per la biblioteca universitaria, trovai un libro(una rivista semestrale di settore) intitolato “Ingegneria ambientale” che mi suscitò grande interesse. L’articolo principale era dedicato alla depurazione dei laghi, questi considerati come sistemi dinamici nel quale erano presenti una serie di inquinanti. I laghi, poiché, differenti da fiumi e mari dal punto di vista dell’idrodinamica fluviale, necessitavano di una modalità di approccio al problema completamente diversa da tutti gli altri sistemi. Lessi l’articolo con grande interesse e da li decisi di cambiare indirizzo e passare a ingegneria ambientale(sempre all’interno del Politecnico di Milano).

Gli esami che caratterizzano questo tipo di ingegneria, ad eccezione dei primi 2/3 anni identici per tutti gli indirizzi, sono specifici a seconda del settore di intervento, per esempio: bonifica dei siti inquinati per quanto riguarda l’elemento terra, oppure il trattamento degli affluenti gassosi per l’elemento aria. Per quanto riguarda l’acqua erano previsti due esami su trattamento acque di approvvigionamento e trattamento acque di rifiuto. Infine gestione degli inceneritori per quanto riguarda il fuoco. Quattro elementi per un totale di 30 esami circa, di cui 4 particolari per delineare la propria specializzazione.

In cosa consiste pertanto, l’ingegneria ambientale? E di che cosa si occupa l’ingegnere?

Si può dire che l’ingegneria ambientale, e di conseguenza l’ingegnere, si occupa di tutte le modalità che servono a trattare rifiuti e disinquinare acque e aria, ovvero fare in modo che tutti gli elementi che sono entrati in un processo produttivo possano ritornare in natura in uno stato il più possibile simile a quello con cui sono entrati. Tutto ciò, dal momento che un’area si può dire inquinata, qualora presenti concentrazione di sostanze diverse dall’inizio. Essenzialmente anche un’acqua zuccherata si può definire inquinata, ed è compito dell’ingegnere trovare un metodo, il più efficace possibile, per rimuovere lo zucchero.

Quali sono state le sue principali esperienze lavorative come ingegnere ambientale?

Il mio primo impiego è stato in un impianto di trattamento di rifiuti industriali(pericolosi e non) a San Vito al Tagliamento. Qui, avevo il compito di trarre, dai rifiuti industriali, dei prodotti da mettere in vendita sul mercato come cartone, plastica, ferro ecc… avendo a disposizione una serie di macchinari che consentivano la selezione manuale e meccanica dei rifiuti. In generale,un ingegnere ambientale che lavora presso un’azienda strutturata, deve occuparsi anche di qualità e sicurezza. La sicurezza divenne poi il mio incarico principale nei lavori successivi.

Ho lavorato poi in uno studio di consulenza che si occupava sostanzialmente di sicurezza e medicina del lavoro, al cui interno ho apportato anche l’aspetto della consulenza in ambito ambientale, rendendolo ancora più forte nel proporsi.

Con un concorso alla provincia di Udine sono poi entrato nell’amministrazione pubblica con la possibilità di creare da zero un ufficio che si occupasse delle autorizzazioni alle emissioni in atmosfera delle aziende.

Di cosa si occupa attualmente?

Attualmente lavoro all’interno dell’amministrazione regionale, qui mi occupo di realizzare opere di ingegneria naturalistica e idraulico forestali in montagna, oltre alla salute e sicurezza come responsabile dei 200 operai che realizzano queste opere, sono perciò entrato nella branca dell’ingegneria ambientale dedicata al rischio idrogeologico”.

Consiglia a uno studente il percorso universitario da lei intrapreso, in particolare la scelta della facoltà di ingegneria ambientale?

Se a uno studente interessa l’ingegneria o ha voglia di immaginare qualcosa di nuovo dal punto di vista tecnologico, l’ingegneria fornisce un’ottima occasione per farlo, dal momento che permette di comprendere qual è lo “stato dell’arte”, ovvero le tecniche e la tecnologia disponibile in un determinato settore, e da li fare un passo avanti.

Dal punto di vista lavorativo, l’ingegneria ambientale può dare un sacco di prospettive lavorative, oltretutto si può dire che qualità, sicurezza e ambiente, di cui ho parlato prima, stanno diventando elementi sempre più preponderanti nell’attività di un azienda ben strutturata e non possono più essere affidati a una sola persona, come nei primi anni della mia carriera.

C’è un ultimo consiglio che vorrebbe dare ai nostri giovani lettori?

Si, non temete se non siete sicuri del percorso di studi universitari che volete intraprendere, ci sarà praticamente sempre, nei primi tre anni, la possibilità di cambiare indirizzo. In questo gli esami sono di estrema utilità: man mano che gli affronterete capirete cos’è più adatto a voi.

Ritengo molto produttivo anche svolgere, quando avete occasione, questo esperimento: chiudete gli occhi e provate a immaginarvi nel futuro, immedesimati in ciascuna delle varie professioni che vi suscitano interesse e, prestando attenzione alle vostre reazioni, avrete un idea più chiara di ciò che vi interessa davvero.

 

 

Smartphone a scuola, innovazione o distrazione?

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L’inserimento dello smartphone in classe ha sollevato non poche polemiche e numerose discussioni.

Il ministro della Pubblica Istruzione, Valeria Fedeli, nell’autunno del 2017 ha dichiarato di essere favorevole all’introduzione dell’uso dei cellulari in classe.
Così, ha promosso l’insediamento di una commissione ministeriale per tracciare le linee guida sull’utilizzo degli smartphone in aula.

Il ministro ha spiegato che lo smartphone «è uno strumento che facilita l’apprendimento, una straordinaria opportunità che deve essere governata. Quindi se guidati da insegnanti preparati e da genitori consapevoli i ragazzi potranno imparare attraverso un mezzo che gli è familiare: Internet».

Il 19 gennaio 2018 Fedeli, che si trovava a Bologna in occasione della manifestazione “Futura” dedicata al Piano Nazionale Scuola Digitale, ha presentato i risultati della commissione sull’uso responsabile degli strumenti digitali in classe: sono state stilate dieci regole per insegnanti e dirigenti, utili a regolamentare in ciascun istituto una Politica d’Uso Accettabile in merito ai device mobile.

«Il Decalogo – ha dichiarato – è ispirato a una visione fiduciosa e positiva del rapporto tra i professori, gli studenti e la cultura oggi plasmata nei suoi linguaggi, stili e codici dall’enorme diffusione di tablet e telefoni interattivi».

Per gli esperti interpellati dal Ministero – massmediologi, pedagogisti, insegnanti, filosofi – la scuola non può chiamarsi fuori dal cambiamento in corso, che va ben oltre i soli smartphone e che deve affrontare come una sfida educativa “per il raggiungimento dei propri scopi”, in modo anche da “sostenere” il suo stesso “rinnovamento”.
Se quasi unanime è il giudizio positivo sull’utilizzo di lavagne elettroniche, e-book e computer in aula, la questione appare più complessa, ed i pro e contro devono essere pesati opportunamente, quando si parla di smartphone.

Da un lato i sostenitori della possibilità di utilizzare gli smartphone non solo per sperimentare nuovi percorsi di apprendimento, ma soprattutto per potenziare il ruolo della scuola nell’educare i ragazzi a muoversi nell’ormai pervasivo contesto digitale, insegnandogli anche a mettersi al riparo dalle bufale e dal cyberbullismo.

Ci sono tanti docenti che permettono l’utilizzo del telefono, altri che applicano già una didattica digitale attraverso specifiche app, che gli permettono di usare la calcolatrice e tante altre funzioni del telefono. Ci sono tanti docenti che inviano materiale agli studenti in .jpg o pdf, che parlano con loro nelle chat e sui social dove vengono distribuiti i compiti e le comunicazioni inerenti la scuola. Tanti ragazzi registrano le lezioni come audio per riascoltarle a casa e altri prendono appunti sul cellulare, altri fanno le foto alla lavagna e poi studiano su quel materiale. Oggi, in effetti, gli smartphone sono computer in miniatura.

Dall’altro chi sostiene che l’utilizzo del cellulare anche in classe potrebbe accentuare la dipendenza da smartphone di cui già sono vittima i giovani di oggi e compromettere la loro capacità autonoma di risolvere i problemi.

In una ricerca della London School of Economics si è dimostrato che negli istituti dove non è permesso l’uso dei telefonini i voti sono più alti. Ricevere messaggini, giocherellare sotto il banco, infatti, porta a distrarsi, quando ovviamente una migliore concentrazione avrebbe effetti benefici sul rendimento scolastico.

Walter Manzon, vice-preside del Liceo Michelangelo Grigoletti di Pordenone, concorda con la normativa, al di là di tutte le strumentalizzazioni che se ne sono fatte perché si cerca sempre l’estremo nella misura, in realtà il professore la ritiene una forma equilibrata: quando serve si utilizza il cellulare purché ci sia concordia di intenti didattici con gli insegnanti.

Le regole del Liceo Grigoletti prevedono che i cellulari debbano essere spenti durante le lezioni a meno che non sia l’insegnate a consentirne l’uso per fini didattici, mentre possono essere utilizzati durante la ricreazione o in uscita.

Manzon, intervistato dalla redazione de L’Intervallo, ha affermato che nella scuola si cerca di garantire l’uso della tecnologia, quando può essere utile alla didattica, però è chiaro che nel momento in cui viene utilizzata tutti devono essere consapevoli che deve servire per la didattica per evitare forme di deconcentrazione progressiva.
«Tante opportunità di informazioni possono però creare distrazione, togliendo capacità di concentrazione agli studenti. Quindi il problema per gli insegnanti – ha evidenziato Manzon – è quello di far costruire un pensiero critico che non è fatto di micro pensieri ma di sintesi, pensieri che si rinforzino nella mente per più tempo: perciò se sarà uno strumento concentrato ad approfondire la didattica sarà positivo altrimenti no.

Purtroppo chi favorisce l’utilizzo del cellulare non ha scopi didattici ma commerciali, basati su logiche di tipo economico che non mettono al centro l’interesse degli studenti. Per fare qualche esempio – ha concluso – alcune case editrici propongono piattaforme didattiche autonome che potrebbero essere troppo invasive e a rischio monopolista».

Fatte queste premesse possiamo capire come non sia una così stravolgente novità l’inserimento del cellulare in classe. Eliminare l’utilizzo privato in classe dev’essere un focus da cui partire.

Una soluzione, inoltre, potrebbe essere fornire una motivazione per usarlo a fini didattici con una metodologia studiata ad hoc e personale specializzato, tenendo conto che i ragazzi sono già iperconnessi e che non devono perdere anche le abilità e competenze che insegna la didattica tradizionale.

Nel momento in cui lo smartphone può essere utilizzato come strumento formativo, è importante che gli insegnanti aiutino i ragazzi a comprendere gli strumenti tecnologici da un altro punto di vista e sviluppare una valutazione critica, cercando di sfruttarne al massimo le potenzialità, come ad esempio la ricerca immediata di contenuti, avere una visione globale di più situazioni contemporaneamente, acquisire velocità ma soprattutto efficacia nell’apprendimento.
Sfruttare tutte le potenzialità della tecnologia passa anche dalla formazione sugli strumenti che vanno oltre social network, blog e YouTube. Per questo sarebbero utili dei mezzi per imparare a cercare sui motori di ricerca, a non cadere nelle trappole delle fake news, a usare i servizi della rete, ad avere una capacità di valutazione critica.

Va dunque compreso come possa essere integrata la tecnologia mantenendo però la qualità della didattica tradizionale.

La scuola di oggi è già tecnologica: registri elettronici, note digitali, comunicazioni alla famiglia per via tecnologica, tutto passa dal sito della scuola, in classe ci sono le LIM e tutte le comunicazioni vengono condivise nei gruppi-classe di WhatsApp sia ragazzi che genitori.
Pensare ad una metodologia didattica interattiva non è così sbagliato, per evitare che i ragazzi “subiscano” la lezione, si distraggano di continuo e non interagiscano.

Il problema quindi è che a livello teorico tutto funziona in maniera anche lineare, ma bisogna comprendere come metterlo in pratica prima di avviare delle rivoluzioni.

In primo luogo, il corpo docente deve essere uniformato, perché oggi abbiamo insegnanti molto diversi tra loro con sistemi di insegnamento eterogenei che rischiano di creare confusione e ambivalenza negli studenti: c’è chi a spada tratta utilizza la tecnologia e chi fermamente si schiera contro avvalendosi dei metodi più tradizionali. I ragazzi nell’arco della stessa mattinata si trovano di fronte a docenti che insegnano in maniera coinvolgente e attiva e altri completamente passiva.

Non è da sottovalutare la formazione e l’educazione digitale degli insegnanti, perché troppo spesso non conoscono adeguatamente la tecnologia e le nuove modalità comunicative dei ragazzi, per cui su queste tematiche si muovono con grande difficoltà. Infatti, nelle classi non è difficile vedere un’inversione dei ruoli in cui sono i ragazzi stessi a spiegare agli adulti come funzionano alcuni strumenti tecnologici di cui sono dotate le scuole.

Quindi priorità assoluta è formare adeguatamente tutto il corpo docente e renderlo efficace per poi creare una modalità didattica costruita insieme agli studenti che sostenga lo sviluppo di una capacità d’uso critica delle fonti di informazione anche in vista di un apprendimento lungo tutto l’arco della vita.

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