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“Meno sballo più ballo”: l’evento che sorprende.

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Sabato 19 maggio, al Palazzetto dello Sport “Crisafulli” di Pordenone, si è tenuta la terza edizione del Ballo dei Maturandi, un evento annuale organizzato dalla professoressa Rossella Avon in cui gli studenti del Liceo Grigoletti realizzano in ogni sua parte un vero e proprio spettacolo.
Le venti coppie di studenti si sono esibite in svariati generi, dal valzer viennese alle contraddanze, dallo swing al tango, alternate a musiche da musical e brani contemporanei. Altri studenti hanno invece presentato lo spettacolo ed altri ancora hanno suonato e cantato.
I ragazzi, ritrovatisi per festeggiare il successo dell’evento, hanno risposto con entusiasmo raccontandoci la loro avventura e spiegandoci i motivi che rendono l’evento unico:

L’evento è stato organizzato in 6 mesi, e i ballerini erano pressoché estranei all’arte in questione. Proprio per questo motivo sorprende incredibilmente la qualità del ballo e la professionalità di ogni sua parte. “E’ un modo diverso per festeggiare la fine di un percorso scolastico e quindi un’alternativa alle Feste di Maturità organizzate nelle discoteche e dominate dall’abuso di alcolici o altre sostanze. Il motto del progetto è infatti Meno sballo più Ballo!.“, ci ha raccontato la professoressa Avon, aggiungendo poi “E’ uno strumento di aggregazione tra gli studenti, che possono riscoprire valori come l’eleganza e la galanteria nella consapevolezza che il divertimento può divenire un’occasione di arricchimento personale.”

Digitalizzazione a scuola: badges e altre novità

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L’anno scolastico appena terminato ha riservato molte novità in campo digitale, introdotte dalla legge 33/2013 riguardante la digitalizzazione delle informazioni della pubblica amministrazione; molte scuole hanno iniziato ad utilizzare il registro elettronico online, includendo tra le funzionalità la visualizzazione delle circolari, ora non più cartacee. Questo però é solo un primo passo verso un’amministrazione digitale più trasparente ed efficiente.

Avendo assistito all’installazione di due totem all’interno del nostro liceo, di cui uno interattivo e un altro più piccolo ma con le stesse funzionalità, ci siamo domandati quale fosse la loro funzione e quali agevolazioni e vantaggi apporteranno. Abbiamo chiesto alcune informazioni a chi di competenza per comprendere meglio come saranno utilizzati effettivamente.
Dunque dal prossimo anno verranno introdotti i bagdes per il riconoscimento da parte degli operatori scolastici e degli insegnanti, al fine di tutelare gli studenti stessi, i quali dovranno tenerlo visibile in modo da individuare eventuali persone esterne alla scuola. I bagdes esibiranno la foto, il nome e il cognome dello studente e la classe a cui appartiene, ma nessuna informazione sensibile. Inoltre i due totem saranno in grado di rilevare i badges in un raggio di circa 20 metri, registrando così la presenza.
Questo sistema di registrazione verrà testato all’inizio del prossimo anno scolastico e molto probabilmente necessiterà di un ulteriore controllo in classe da parte dell’insegnante, anche nel caso in cui lo studente si sia dimenticato il badge. In aggiunta i totem registreranno le entrate posticipate e le uscite anticipate per velocizzare le tempistiche.
Questo sistema telematico è legalizzato e le informazioni raccolte saranno accessibili per eventuali controlli di sicurezza. Inoltre questo metodo preparerà gli studenti ad approcciarsi al mondo del lavoro, perchè in molte aziende attualmente si utilizzano dei cartellini elettronici e in futuro ci saranno sicuramente altre innovazioni tecnologiche in campo lavorativo.

Un’altra novità riguarda l’introduzione del libretto web che sostituirà l’attuale libretto cartaceo e servirà ai genitori per giustificare i ritardi e le assenze direttamente online. Per questo motivo le famiglie degli studenti saranno invitate a utilizzare maggiormente i servizi digitali che la scuola offre, che mirano a velocizzare le procedure, verso una scuola più digitalizzata ed efficiente.

Palermo: la tana della piovra

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In occasione dell’anniversario degli attentati ai magistrati siciliani Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, gli studenti delle quarte del Liceo Grigoletti sono stati coinvolti in diversi progetti sul tema della legalità. Gli approfondimenti intrapresi hanno riguardato sia la letteratura, trattata dalla prof.ssa Nicolina Cavallaro, sia la realizzazione di video a scopo informativo ed educativo relativi al progetto ”LE.GI.IN” seguito dalla prof.ssa Roberta Vendrame; inoltre la nostra classe, dall’8 al 12 aprile,  è andata in viaggio di istruzione proprio a Palermo. In preparazione alla visita,  sono stati analizzati  due importanti libri sulle problematiche della mafia: “I mille morti di Palermo” di A.Calabrò e “Cose di Cosa Nostra” della giornalista francese M.Padovani, che  proprio a  Pordenone, in  un incontro a Cinemazero il 21 Marzo, in occasione della giornata del ricordo delle vittime di mafia, ha raccontato in modo semplice ed efficace il suo rapporto professionale e personale con Falcone, prima e durante il Maxiprocesso.
A conclusione e integrazione di tali attività, è risultato davvero stimolante l’incontro con il sindaco di Palermo Leoluca Orlando, il quale ci ha accolto con riverenza e familiarità, presentandoci la città da lui governata per ben quattro volte, all’insegna della multietnicità, dell’accoglienza, della lotta alla criminalità e della promozione culturale e turistica. Palermo, infatti, fino a qualche anno fa era una città chiusa in se stessa, nei suoi problemi e nelle sue paure, timorosa nell’esporsi al pubblico, a causa di possibili giudizi o pregiudizi che avrebbero potuto oscurare  la dignità dei suoi cittadini onesti. Oggi,invece, sono state attivate numerose iniziative volte a incrementare la visibilità della città a livello nazionale e internazionale, per sfruttare le innumerevoli risorse offerte dal territorio a favore di una forma di sviluppo a impatto zero sull’ambiente e soprattutto sugli abitanti, iniziative che la hanno resa capitale della cultura  dell’anno corrente(2018); un grande impegno e onore sia per l’isola sia per l’Italia. Come dice Orlando: “Palermo è la Beirut dell’Occidente, connessa e sicura”; probabilmente questa definizione non è associabile concretamente alla città ora come ora, ma rappresenta il progetto che vuole  realizzarsi in nome della lotta contro l’illegalità. Ed è anche un modo anche per ricordare le numerose vittime della mafia, tra le quali  l’ex governatore della Sicilia Piersanti Mattarella, cui il sindaco di Palermo era molto legato. Orlando, inoltre,  ha molto apprezzato la nostra lettera considerata come un simbolo di speranza e vicinanza tra giovani e giustizia e, durante il lungo e intenso incontro, ha anche avuto modo di ricordare il nostro Friuli, in particolar modo Sauris, dove Orlando ha stilato il suo programma politico e dove tuttora  ha grandi amici . Un altro momento importante del viaggio è stata la visita allo studio di Paolo Borsellino e Giovanni Falcone presso il palazzo di giustizia di Palermo, guidata da un componente della scorta del dott. Chinnici, sopravvissuto a ben due attentati mafiosi e responsabile degli archivi delle indagini su Cosa Nostra. Grazie a Giovanni Paparcuri tutte le dichiarazioni dei testimoni, dei pentiti, dei documenti finanziari sono state duplicate in forma digitale e catalogate in server volti a facilitare e velocizzare l’operato dei giudici.  Palermo, soprattutto grazie a questo incontri,  ci è sembrata ricca di storia e  di orgoglio nei confronti di due uomini unici che hanno messo in discussione la loro vita per liberare l’Italia e, prima di tutto,  la loro terra dalla mafia. La semplicità e l’ironia erano alla base della loro filosofia di vita, un’esistenza ricca di responsabilità, che ha lasciato un ‘importantissima eredità che si sente ancora anche  nei vicoli e nelle strade, nella  mescolanza di sacro e profano, di splendore e di miseria.  Questa è infatti Palermo: un incontro violento tra profumi, colori, vivacità, onestà, consapevolezza, ma anche cecità e malaffare, in una atmosfera talvolta surreale, che riprende lo spirito orientaleggiante, inserito in un contesto di forte personalità e dalle solide radici.
Sebastiano Giacomini

La rianimazione prima di tutto

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“Keep the Beat” è un progetto promosso dalla piscina Gymnasium di Pordenone, finalizzato ad insegnare ai giovani studenti come si esegue il massaggio cardio-polmonare e come utilizzare il defibrillatore, in modo da poter essere più efficienti qualora sia necessario.

Il corso di Blsd ( acronimo di Basic Life Support and Defibrillation, ovvero primo soccorso con l’impiego di defibrillatore semiautomatico) sta coinvolgendo ormai diverse scuole anche fuori dalla provincia di Pordenone. Queste scuole, ciascuna rappresentata dalla classe che aveva ottenuto il punteggio più alto nell’accuratezza del massaggio cardio-polmonare, si sono sfidate sabato 26 maggio in una competizione denominata “Royal Rumble” presso la parrocchia di Sacro Cuore di Pordenone.

Hanno preso parte alla sfida il Liceo Grigoletti (il cui portavoce era la classe 4B SCI), l’istituto professionale IPSIA di Pordenone, il Flora, il liceo Luzzati di Portogruaro, il Liceo Leopardi-Majorana e il Liceo Sportivo di Maniago. La mattinata si è svolta in diverse parti tra cui una prima sfida a cui hanno partecipato tutte le scuole e successivamente le squadre più forti hanno avuto accesso alle semifinali ed in seguito alle finali. Ogni squadra aveva quattro manichini collegati ad un computer che analizzava la “qualità” del massaggio cardiaco e riportava il risultato in percentuale.

Gli studenti del Liceo Luzzati di Portogruaro sono stati  i vincitori della mattinata e si sono portati  a casa l’ambita “mortadella d’oro”.

Impianti fotovoltaici : i dati di Pordenone

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É da diversi anni ormai che gli scienziati ci stanno dicendo che la Terra sta subendo un aumento della sua temperatura media a causa dell’effetto serra. Questo dipende in larga parte dalle nostre abitudini energetiche: se dobbiamo percorrere lunghi percorsi o riscaldare la nostra casa, non esitiamo a bruciare carburanti fossili, che (oltre a non essere illimitati) vengono degradati a CO2, sostanza che, essendo aumentata esponenzialmente negli ultimi anni, ha incrementato la quantità di calore intrappolato nell’atmosfera. Cosa possiamo fare per ridurre il nostro impatto sul pianeta? Per cominciare potremmo installare sulle nostre case un pannello solare o fotovoltaico.

Un pannello solare è un dispositivo che sfrutta il calore delle radiazioni solari per riscaldare o rinfrescare la casa e produrre acqua calda sanitaria o di processo. É formato da un serie di tubi all’interno dei quali scorre un fluido che accumula il calore del Sole per poi ripartirlo ai diversi servizi domestici. I moduli fotovoltaici, al contrario, convertono l’energia termica solare in energia elettrica grazie all’effetto fotoelettrico, dato dall’interazione tra i raggi UV e uno schermo di silicio. La corrente così prodotta può essere usata dalla rete domestica o venduta al gestore di energia, con una conseguente diminuzione del prezzo della bolletta.

Dall’analisi di questi due sistemi si può constatare come essi non comportino solo un beneficio per il pianeta, ma anche per il portafogli, dato che il loro utilizzo consente di risparmiare sulle bollette. E i pordenonesi stanno cominciando a capirlo: dal 2006 al 2013 il numero di impianti fotovoltaici installati è aumentato, e con esso la quantità di potenza convertibile da ogni singolo impianto (gli impianti del 2010, 2011 e 2012 rappresentano il 94% della potenza totale disponibile). Il surplus di questi tre anni rispetto al trend di crescita (che dal 2006 al 2013 è stato, malgrado l’eccezione già citata, lineare) è stato reso possibile grazie all’incentivo “Conto Energia” impiegato nello sviluppo di questa tecnologia, cessato nel 2013. L’evoluzione del rendimento risulta evidente anche dal seguente dato: i pannelli di potenza superiore ai 200 kW (pari all’1% del totale installato) producono il 43% dell’energia fotovoltaica complessiva sul territorio del Comune di Pordenone (fonte: Comune di Pordenone, “Piano d’azione per l’energia sostenibile”).

Tutti questi dati servono a mostrare che il miglioramento di questa tecnologia comporta un serio vantaggio per il consumatore e non un beneficio solo “teorico”: realmente si risparmia e realmente si abbattono le emissioni di anidride carbonica tipiche delle fonti energetiche fossili quali metano e gasolio. Nonostante sia in atto un aumento di consapevolezza da parte del nostro territorio, non dobbiamo, però, pensare che la sfida contro il surriscaldamento sia finita qui: l’installazione di pannelli solari e fotovoltaici è solo l’inizio verso una società rispettosa del pianeta su cui vive.

Voce Donna: riflessioni sulla violenza contro le donne

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“Il linguaggio di genere, la narrazione del femminicidio”

Spinta da questo titolo l’associazione “Voce Donna” ha raccontato, al teatro “Verdi” di Pordenone, storie e testimonianze di donne, mogli e ragazze, maltrattate e uccise da uomini.

Si tratta di un’iniziativa di sensibilizzazione sui temi del linguaggio di genere e della narrazione del femminicidio, alla luce anche degli ultimi fatti di cronaca che riportano una violenza, contro le donne e bambini/e, che non sembra conoscere tregua.

Moderatrice è stata Maria De Stefano, co-fondatrice nonché presidentessa di Voce Donna.  Come relatrici si sono avvicendate Cristina Gamberi, insegnante all’università di Bologna di lingue, letterature e culture moderne. Svolge attività nell’ambito della scrittura femminile in lingua inglese, cura progetti didattici e sperimentali sui temi dell’identità di genere e della violenza contro le donne e Dakli Luisa Betti, giornalista professionista esperta di diritti umani, in particolare di violazioni e discriminazioni su donne e minori. Collabora alla 27esima ora del Corriere della sera, è autrice della piattaforma d’informazione DonnexDiritti, si occupa di politica estera sulla rivista svizzera Azione, e ha scritto per riviste internazionali come East e Le Monde Diplomatique. Ha maturato una lunga esperienza nell’ambito della ricerca sui diritti delle donne e sul femminicidio, e in maniera particolare sul ruolo legato ai media, con consulenze, docenze e partecipando a conferenze istituzionali e internazionali in qualità di speaker.

Ad aprire il dibattito è stata Maria De Stefano, introducendo il tema centrale:

Noi ci impegniamo a rendere visibile ciò che per sua natura non lo è, ovvero, la violenza maschile”

“Se fossero problemi che dipendessero davvero dalle donne, come molti sostengono quando accusano la ragazza vittima si “essersela cercata”, semplicemente non ci sarebbero!”.In questo modo ci racconta come spesso e volentieri, ragazze e donne che vengono molestate da uomini con poco giudizio, vengano accusate di “essersela cercata” portando gonne troppo corte o vestiti provocanti. “Ci può essere violenza nel linguaggio? Possono le parole far male alle donne? Spesso vengono utilizzati termini maschili per le donne e talvolta queste stesse li preferiscono perché conferiscono più autorevolezza”

Maria De Stefano ha poi ceduto la parola a Cristina Gamberi, che ha subito parlato di “silenzio di genere”, ovvero, la difficoltà delle donne di riappropriarsi della propria vita, citando Anna Rossi-Doria, una importante portavoce di questa realtà: “Il Silenzio delle donne, malgrado gli stereotipi, è profondo, antico, tranne una sola eccezione, la letteratura”.Un altro tema introdotto da Cristina Gamberi  è stato  la creazione di stereotipi su donna e uomo coinvolti. Lei stessa ha affermato che quando sentiva parlare di femminicidio associava l’evento ad un uomo violento e ad una donna con problemi spesso di natura personale.Questo stereotipo è però fallace sotto tutti i punti di vista.Se osserviamo il caso di Marie Trintignant – attrice francese morta a seguito delle percosse subite – l’attrice non rientrava nello stereotipo di donna che potesse subire violenza. Analizzando il colpevole, il cantante Bertrand Cantat famoso per alcune sue canzoni di stampo sinistroide, possiamo osservare come la violenza sia trasversale a classi sociali ed alle ideologie.Legati a questo caso sono stati numerosissimi gli articoli di giornale a difesa della donna, tanti però si sono schierati dalla parte dell’uomo mettendo in risalto l’assassinio per furore e la rovinata carriera del cantante.Luisa Betti Dakli ha maturato una lunga esperienza nell’ambito dei diritti umani con ricerche e inchieste, soprattutto in Italia e in Medio Oriente, su violazioni, violenza di genere e abusi su minori, e sul ruolo legato ai media: in modo particolare sulla narrazione di questi temi nell’informazione attraverso il linguaggio televisivo, la stampa e il web. Il suo giudizio è piuttosto pesante:

“…. continuamo a scandalizzarci per le donne uccise, per le atrocità che gli uomini commettono, per la violenza con cui i rapporti di forza tra sessi si consumano nei rapporti intimi e intanto permettiamo di essere nutriti da un immaginario cannibale nell’ipocrita speranza che un giorno tutto possa cambiare. Ma cosa può cambiare in un sistema che fa di tutto questo il suo più prelibato pasto? Una succulenta mistura di morbosità fatta di sesso, ragazze carine, uomini violenti e squartatori?

Una cultura che ancora adesso racconta di melodrammi fatti di gelosia e sangue, di raptus improvvisi e rende le donne responsabili della violenza che subiscono a causa della loro bellezza, o della pressione che fanno su poveri mariti che “non accettano la separazione”? Quella stessa cultura che ha prodotto le domande fatte dagli avvocati dei due carabinieri accusati di stupro da due studentesse americane a Firenze, pubblicate sul Corriere della Sera giorni fa: “portava biancheria intima quella sera? È fidanzata? E’ attratta dalle divise?”

Ma cosa te ne frega se porto le mutande, se sono carina o quante ossa sono entrate nella valigia? Quello che ti deve interessare è che sono stata stuprata, uccisa, picchiata, anche a causa della mentalità con cui mi descrivi, una cultura che rende tutto ciò normale ed impunibile, e che nel mondo ha prodotto un miliardo di donne che sono nella mia stessa situazione a dimostrazione che quello che mi è successo non riguarda solo me, e non è imputabile al mio comportamento o al mio abbigliamento o alle mie abitudini, questo devi raccontare al mondo per rendere giustizia alla verità, nient’altro.”

Solidarietà sul diritto allo studio: il Liceo Grigoletti adotta una scuola in Perù

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La scuola è un diritto universale, ma non per tutti. Questo è il motto del progetto del Liceo Grigoletti che prevede l’adozione di una scuola in Perù. Come in molte parti del mondo, lì non è garantito ai bambini il minimo livello di istruzione, il che impedisce loro di costruire le basi per il loro futuro in un paese dove la disuguaglianza nella distribuzione del reddito è molto accentuata e il lavoro minorile è ancora diffuso.

Vista di Jicamarca (Lima), crediti: Jardin de los Niños Onlus

La scuola si chiama Nassae e si trova a Jicamarca, una località nella periferia della capitale Lima. Fu inaugurata nel 2012 dopo il trasferimento dalla vecchia sede a San Juan de Lurigancho (uno dei distretti più pericolosi di Lima con più di un milione di abitanti) ed è gestita dalla Onlus Jardin de los Niños, con sede a Padova.

La scuola nasce dal lavoro di Lucy Palomino Barrientos, la direttrice ed ideatrice del suo programma educativo. Ha iniziato a lavorare con i bambini dal 2006 strappandoli dalle strade di uno dei distretti più pericolosi di Lima, spinta dal suo passato difficile da bambina lavoratrice. Il suo progetto ha avuto un risvolto notevole dopo aver conosciuto la dottoressa Erica del Santo: laureata in scienze dell’educazione ed ex-studente del Grigoletti, è sempre stata affascinata dal sud-america e ha deciso di fare il suo primo viaggio esperienza attraverso il volontariato.

Dopo aver visto le condizioni in cui riversavano la popolazione e i bambini, in un luogo dove sono solo presenti case di legno in cui abitano famiglie numerosissime, senza un allacciamento idraulico ed elettrico, ha deciso di impegnarsi per dare a Lucy una scuola migliore. Assieme all’aiuto di Jardin de los Niños, riescono ad acquistare un lotto da soli 100 metri quadrati per costruire una scuola in mattoni, materiale non accessibile dalla popolazione; la scuola è provvista di docce e collegamenti idraulici, che permettono di risolvere il problema dell’igiene.

I bambini che frequentano la scuola sono oltre 60 e vengono da situazioni familiari difficili, spesso infatti sono abbandonati dai genitori che devono stare fuori casa tutto il giorno per lavorare o cercare lavoro e si devono occupare dei loro fratelli minori, a volte sono anche vittime di violenze; l’atmosfera familiare è precaria in molte famiglie a causa delle difficoltà economiche e delle condizioni lavorative pessime.

La scuola Nassae si pone l’obiettivo di dare a questi bambini l’opportunità di imparare e di crescere in un ambiente sereno, con un programma educativo personalizzato, adattato alle esigenze del bambino. Come Lucy ha spiegato in una conferenza tenutasi al Liceo Grigoletti, se un alunno non fa i compiti, si va ad indagare sul perché senza “lasciarlo indietro”, spesso infatti ciò è causato dai problemi riguardanti la famiglia o violenze subite.

In Perù il servizio sanitario è a pagamento, per questo la scuola mette a disposizione dei check up medici gratuiti e cure dentistiche, per alleviare eventuali malesseri dei bambini e aumentare la qualità della vita e dell’apprendimento.

Tutto ciò può continuare solo grazie a un continuo sostegno economico: il bilancio della scuola è di 35/40 mila euro annuali, molti dei quali vengono usati per remunerare gli insegnanti, che ricevono salari molto inferiori di quelli garantiti nelle scuole pubbliche, ma che per scelta si dedicano comunque a bambini in contesti problematici. A causa dell’aumento degli allievi la scuola oggi non è più in grado di dare un pasto giornalmente, che è fondamentale assieme alle cure mediche per il benessere psicofisico.

L’obiettivo che il Liceo Grigoletti si pone è soprattutto dare un sostegno economico alla scuola per riuscire a dare un pasto al giorno ai bambini, comprare tavoli, sedie e libri, pagare gli insegnanti ecc., ma anche sensibilizzare gli studenti italiani sull’importanza del diritto fondamentale e inalienabile dell’uomo allo studio, oggi non garantito in molte zone del mondo.

Quando il canto diventa Sing’ing

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Stay Sing’ing!

Probabilmente molti cittadini hanno sentito questo motto. È infatti questo l’inno del coro Sing’ing di Pordenone, una realtà conosciuta da molti pordenonesi ma che può essere presentata ancora a molte persone che non ne sono a conoscenza.

In molti, soprattutto giovani, lo definiscono erroneamente coro del Grigoletti, ma non è cosi!

Andiamo a vedere perchè in questa video-intervista.

 

Tre chilometri di storia

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Tre chilometri di storia

 

Nei meandri del Centro anziani di Torre si trova una realtà poco nota agli abitanti del posto: si tratta dell’Archivio storico di Pordenone, luogo in cui è conservata la memoria scritta della nostra zona dal 1806 fino a quarant’anni fa. Tra registri anagrafici, progetti di edifici e giornali, l’archivio consta di più di tre chilometri lineari di fascicoli.

Per scoprirne di più su questo “tesoro nascosto” abbiamo intervistato il funzionario archivista, Mirco Bortolin, che tra le mura di quella che ormai è la sua seconda casa, ci ha raccontato del suo lavoro e dell’archivio.

 

Perché rivolgersi all’archivio storico?

Una buona quota viene qui per ricostruirsi l’albero genealogico, cercando quindi tra i registri delle persone nate in questa zona dall’Ottocento in poi; in prevalenza per pura curiosità, ma ci sono anche casi in cui qualcuno ha un lontano parente che ha lasciato un’eredità e  necessita quindi di ricostruire i passaggi per le discendenze; qualcun altro viene persino per vedere se ha diritto alla cittadinanza perché in base alla legge italiana se si ha un nonno italiano la si può ottenere.

Poi ci sono gli storici locali che vengono per trovare informazioni specifiche per scrivere articoli o libri. Ci sono inoltre gli universitari che devono preparare le loro tesi, che spaziano dall’architettura alle scienze politiche.

 

Come vengono custoditi i documenti affinché non si rovinino?

Per prevenire gli incendi che sono i maggiori nemici di un archivio cartaceo i depositi sono a impianti di spegnimento a saturazione di ossigeno; si usa una miscela a base di azoto che rende la percentuale di ossigeno molto bassa, il che fa spegnere le fiamme senza l’utilizzo di acqua, che rovinerebbe i documenti. I materiali devono stare a temperature costanti e a gradi di umidità relativa costanti. Le temperature devono essere tra i 18 e i 20 gradi; ci sono impianti di raffreddamento e riscaldamento. L’aria viene filtrata per evitare la proliferazione di muffe e patogeni.

Sia per questo, che per i dati sensibili presenti, l’accesso ai depositi è limitato agli addetti e vietato ai visitatori, per il quale esiste l’apposita sala di consultazione. In Italia se il materiale non viene custodito correttamente se ne deve verificare la sua autenticità, mentre ci sono paesi come l’America in cui perdono addirittura il valore legale, a prescindere dal fatto che siano stati contraffatti.

 

Come riesce l’archivio a gestire questa enorme mole di documenti in continua espansione?

Gli archivi sono sottoposti a scarto perchè conservare tutto è impossibile. Si individuano quei documenti che sono in copia o quelli che non hanno più interesse amministrativo o storico. Di solito vengono scartati quei documenti di cui si ha anche la sintesi, il tipico caso è la contabilità: vengono eliminati metri e metri di fatture perchè ci sono i registri contabili che contengono già tutti i dati necessari. Di media scartiamo cinque tonnellate di carta all’anno. Lo scarto serve anche per ridurre la quantità di documenti da vagliare e quindi facilitare la ricerca.

 

Qual è il valore stimato dei documenti conservati?

I documenti conservati non sono vendibili e non hanno un valore in sé. Tuttavia sono presenti delle pratiche che possono contenere informazioni, planimetrie o progetti necessari a ditte esterne incaricate di lavori pubblici. Vi porto un esempio: da una decina d’anni si cercava un collaudo di tratto di fognatura presente in un faldone perché la Regione avrebbe dato un rimborso per alcuni lavori solo se si fosse presentato quel documento. L’ho trovato e una collega mi ha riferito che se non si fosse trovato, il Comune avrebbe dovuto mettere di tasca propria alcuni milioni di euro.

 

Come riesci a trovare il materiale richiesto dall’utente?

Diciamo che dopo anni che lavoro qui conosco l’archivio talmente bene che vado quasi a colpo sicuro. Poi ovviamente ci sono anche molte eccezioni. In questi casi mi faccio aiutare dall’inventario, anche se non è uno strumento facile da utilizzare perchè cataloga i documenti in base a parole chiave e permette di trovare solo l’informazione puntuale, quando invece per adempiere al meglio alla richiesta dell’utente bisogna portargli anche molti documenti che spaziano in un campo più ampio, e lì appunto entro in gioco io. I giornali invece sono un’altra storia. Li abbiamo organizzati per data, e utilizziamo un libro, pubblicato da un giornalista, contenente l’elenco mese per mese degli eventi più significativi. In sostanza se l’utente non conosce anche approssimativamente la data dell’evento che sta cercando, può essere molto difficile riuscire a trovare degli elementi che gli possano essere d’aiuto.

 

Quali competenze sono necessarie per svolgere il ruolo dell’archivista?

Sono laureato in conservazione dei beni culturali, indirizzo archivistico-librario. Nel corso si apprendono varie metodologie, ma è necessario conoscere il proprio archivio di gestione per svolgere al meglio il ruolo dell’archivista. Spesso però sono gli utenti stessi che ti insegnano, perché molte volte hanno specifiche conoscenze dell’argomento di cui cercano informazioni. Infatti con le loro ricerche mi coinvolgono e le cose che stanno cercando mi appassionano; tante volte sono io a stimolarli e dirgli che se vogliono c’è anche altro materiale e spesso finiscono loro per dirmi che non gli serve più altro!

Questo lavoro ti allena ad essere più flessibile perché devi essere capace, nel servire gli utenti, a fare un salto di duecento anni in un minuto per cercare gli specifici faldoni. Il bello di questo lavoro è infatti che non è mai uguale.

Se non servo il pubblico, di solito mi occupo delle ricerche interne che mi arrivano dagli uffici del Comune; quando avanza tempo faccio gli elenchi di scarto o vado nei depositi a riorganizzare il materiale depositato.

 

Ci sono altri archivi come questo in provincia di Pordenone?

Ogni comune ha il proprio archivio per funzioni pratiche, per recuperare informazioni e attestare le cose che sono state fatte. Per la parte storica qualche archivio si è appoggiato alle biblioteche (ad esempio Porcia e Polcenigo). Anche la nostra biblioteca civica ha una sezione dedicata, che raccoglie i documenti dal Trecento al 1805, però lì i materiali stanno tutti in tre metri lineari. I giornali di solito negli archivi non ci sono. A livello dell’ormai ex provincia di Pordenone siamo gli unici che hanno la raccolta dagli anni Sessanta. Poi se si vogliono consultare i giornali antecedenti, bisogna rivolgersi alla biblioteca civica di Udine, capoluogo di provincia in quel periodo.

 

 

Walter Zamuner, l’agricoltore social dello zafferano

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Walter Zamuner

Lo zafferano, una spezia molto pregiata e costosa, dietro anche a pochi grammi si nasconde una grande mole di lavoro: dalla coltivazione del bulbo, alla raccolta degli stimmi, alla loro successiva essiccazione e lavorazione. Per parlarci meglio di questa spezia, e del suo lavoro, abbiamo intervistato Walter Zamuner, l’imprenditore e agricoltore dietro lo Zafferano di San Quirino. La sua azienda agricola nasce nel 2012 e negli anni si è ampliata sempre di più, mantenendo sempre l’alta qualità che distingue il suo zafferano. Il suo prodotto è stato utilizzato da numerosi chef e pasticceri in ricette sempre nuove e bizzarre. La sperimentazione e la condivisione sono al centro di questo insolito prodotto che vuole farsi conoscere in ogni suo aspetto.

Lo zafferano è un prodotto un po’ insolito, da cosa nasce questo tuo interesse per esso?

Onestamente sono rimasto abbagliato dai prezzi di vendita della spezia, come la maggior parte delle persone che si buttano nella coltivazione dello zafferano perché convinti di fare reddito rapidamente. In realtà le ore di lavoro dietro sono veramente tante, e l’ho notato nel passaggio dalla gestione di 2000 mq a quella di 8500 mq nel 2016.

Come hai fatto a gestire questo grande cambiamento?

Io con il fatto che ho una grande passione per la meccanizzazione nell’agricoltura sono riuscito a meccanizzare due fasi della coltivazione: la semina tramite una pianta-patate modificata e la cura delle erbacce grazie a un’attrezzatura che mi sono fatto fare da una ditta tedesca. Oltre a questo utilizzo la guida satellitare sul trattore, quindi sono decisamente molto più avanti rispetto a tante altre aziende del mio settore. Queste tecnologie mi aiutano molto a snellire la mole di lavoro anche se, come per la cura delle erbacce, per fare un lavoro più preciso bisogna lavorare a mano.

Hai  altri piani per il futuro?

Sì, adesso ho la certificazione biologica e, finiti gli impegni che ho in questo periodo, voglio entrare sia nel mercato biologico che in quello estero.

È stato difficile entrare nel mercato dello zafferano?

La mia fortuna è stata che sono entrato per primo in un territorio dove lo zafferano non era conosciuto e di conseguenza ho avuto il mercato aperto. Ho dovuto però scontrarmi con una mentalità molto chiusa delle persone, che non conoscendo il prodotto fanno fatica a capire la differenza tra uno zafferano di qualità contro quello classico che compri in bustina.

C’è molta concorrenza qui in Italia?

In realtà io collaboro spesso con altri produttori fuori regione, ci aiutiamo e diamo consigli attraverso un gruppo Facebook, e sapendo tutta la fatica che c’è dietro la coltivazione si è anche ben disposti a farlo. Ad esempio in questi giorni un ragazzo dalla Sicilia mi ha mandato i suoi prodotti per ringraziarmi dei consigli che gli avevo dato.

Qui in regione, forse anche per la mentalità, è molto più difficile essere uniti, io stesso essendo orgoglioso del mio prodotto e vedendo la mia idea interpretata male da qualcuno mi sono un po’ chiuso in me stesso. Io ho sei ragazzi che coltivano zafferano nella loro azienda sotto il mio marchio e stiamo facendo squadra. Mentre per il resto della zona del Friuli non sto accettando nessuno nel marchio perché devo avere uno stretto contatto con i miei collaboratori.

É stato un problema questa mentalità chiusa per la tua azienda?

È più che altro questa concorrenza sleale che causa confusione nei clienti. Mi sono capitate più volte persone che in fiera mi confondono per un’altra azienda. Questo però vuole anche dire che l’immagine che ho creato in questi anni dello zafferano di San Quirino si sta rafforzando.

E in che modo stai creando questa immagine del tuo prodotto?

Io lavoro tanto con i privati e cerco di creare un rapporto con il cliente. Collaboro con la pasticceria di San Quirino, che ha fatto dei cioccolatini con il mio zafferano. In fiera e poi nei social ho avuto modo di conoscere chef Rubio che ha preparato dei cocktail con il mio zafferano.

Ho la mia ragazza, che ha una scuola di cucina a Udine, con cui stiamo sperimentando con biscotti e dolci in modo da far conoscere il mio prodotto a 360 gradi.

In che modo pubblicizzi il tuo prodotto?

Ho provato su giornali e riviste, ma ho visto che per la spesa non c’era abbastanza ritorno monetario. Fiere ed eventi vanno benissimo per la visibilità, e utilizzo un sacco i social, tanto che mi hanno definito l’agricoltore più social della regione

Che scuola superiore hai scelto?

Il primo anno l’ho fatto all’agraria di Conegliano, solo che non ero abbastanza preparato per una scuola come quella, soprattutto per le materie di chimica, fisica e matematica, che erano ad un livello da liceo scientifico. Sono stato bocciato e sono poi andato all’IPSIA dove mi sono appassionato per la meccanica e per il disegno tecnico. Però il lavoro in fabbrica non faceva proprio per me, finita la scuola ho lavorato in qualche azienda vinicola per poi mettermi in proprio.

Che consiglio dai ai nostri lettori?

Un consiglio che do a tutti quanti i giovani è: studiate finché avete la possibilità di farlo e di avere una mente sempre aperta perché non si finisce mai di imparare.

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